Formia (Lt). Ritiro spirituale mensile delle suore dell’Arcidiocesi di Gaeta

arci_donorio.jpgCirca 80 suore di vari istituti e comunità religiose che sono presenti nell’Arcidiocesi di Gaeta, hanno partecipato questa mattina dalle 9,30 alle 15,15 al ritiro spirituale mensile, guidato da padre Antonio Rungi, sacerdote passionista della comunità di Itri (Lt). Il ritiro è iniziato alle ore 9,30 con la preghiera delle Lodi cantate, poi subito dopo la meditazione dettata da padre Rungi sulla risurrezione di Cristo, sulla parola di vita che è Gesù. Alle 11.00 le confessioni individuale e l’adorazione eucarstica. Alle 12,15 la santa messa officata da padre Rungi, nella domenica della Divina misericordia. La liturgia è stata animata dai canti e dal servizio litrgico dalle suore pesenti, diverse delle quali provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina e che vivono nelle comunità locali del territorio. Presente anche la Presidente diocesana dell’Usmi, Suor Mirka e il consiglio della stessa Usmi. Questo è stato l’ultimo ritiro di quest’anno pastorale, animato da padre Rungi e incentrato sul tema della Parola di Dio, approfondita da vari aspetti spirituali, normativi e pastorali. In tutto cinque incontri, ai quali vanno aggiunti altri significativi momenti del percoso spirituale fatta dalle suore in questo anno, con l’apertura del percorso ad ottobre con la presenza dell’Arcivescovo di Gaeta, monsignor Fabio Bernardo D’Onorio e la chiusura dell’intero itinerario con il pellegrinaggio delle suore, il giorno 3 giugno 2012, in località del centro-nord d’Italia. Pellegrinaggio guidato dall’arcivescovo, Fabio Bernardo e accompganato da padre Serafino Rossi, vicario episcopale per la vita consacrata nell’arcidiocesi di Gaeta, che da anni segue le religiose in questa diocesi. Si chiuderà così con il pellegrinaggio il cammino spirituale fatto dalle religose in questo anno pastorale 2011-2012, che ha visto impegnata la Chiesa di Gaeta nella celebrazione del V Sinodo diocesano, al quale parteciperanno, con diritto di voto, sette religiose presenti nelle comunità dell’arcidiocesi di Gaeta, come espressamente richiesto dal Vescovo.

Ecco il testo della meditazione dettata da padre Rungi, oggi domenica 15 aprile 2012 alle Suore dell’Arcidiocesi di Gaeta (Lt) oggi Festa della Divina misericordia.

Ritiro spirituale mensile
Suore Pallottine – Via Lavanga – Formia
Domenica 15 aprile 2012 – Ore 9,30

“Gesù risorto, parola e pane di vita”
Meditazione di P.Antonio Rungi, passionista

1.La parola di Dio. Vangelo di Giovanni –cap.11

[21] Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! [22] Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”. [23] Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. [24] Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. [25] Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; [26] chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”. [27] Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.

2.Il termine “vita” nel quarto Vangelo

Il vocabolo «vita» ricorre nel quarto Vangelo trentasei volte, diciassette volte il verbo «vivere» e tre volte il verbo «vivificare». È una frequenza imponente. In diciassette casi il termine «vita» è accompagnato dall’aggettivo «eterna»  solo quando si parla della vita che il Figlio dona agli uomini.
In apertura di Vangelo, dopo aver definito la posizione del Logos, del Verbo, della Parola nei confronti di Dio, l’evangelista definisce poi la sua posizione nei confronti degli uomini: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (1,4): espressione in cui già si può notare l’apertura universale del dono della vita e la sua connessione con il tema della luce. E a conclusione del Vangelo l’evangelista dichiara: “Questi [segni] sono stati messi in iscritto, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (20,31).

3. Vita e  fede

Il Vangelo di Giovanni, dunque, si apre e si chiude ponendo in primo piano il tema della vita, e questo ne mostra l’eccezionale importanza. E c’è di più: la conclusione dell’evangelista, che dichiara lo scopo, appunto, del suo vangelo, coincide con l’affermazione di Cristo circa lo scopo della sua venuta: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente” (10,10).

Già da questo si deduce che il tema della vita è importante. Sono da notare poi tre solenni autoaffermazioni di Gesù:

«Io sono il pane di vita» (6,35: cf. 6,48.51); «Io sono la risurrezione e la vita» (11,25); «Io sono la via, la verità e la vita» (14,6).

Il simbolo della vita è strettamente intrecciato agli altri grandi simboli cristologici, che sono prettamente simboli pasquali:

la luce (1,4; 8,12); l’acqua (4,10-11.14; 7,38); il pane (6,33.35.48.51); il pastore (10,28).

Altri tre passi evidenziano una correlazione (come… così), che coinvolge il Padre, il Figlio e anche i credenti:

«Come il Padre risuscita i morti e li fa vivere, così il Figlio fa vivere chi vuole» (5,21);
«Come il Padre ha vita in se stesso così ha dato al Figlio di avere vita in se stesso» (5,26);
«Come il Padre vivente ha mandato me e io vivo grazie al Padre, così anche chi mangia me vivrà grazie a me» (6,57).

Infine, una serie di affermazioni considerano la vita come il fine del movimento salvifico. Sono di grande importanza:

«Come Mosè innalzò il serpente del deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede abbia vita eterna» (3,15);
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (3,16);
«Io sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente» (10,10);
«Padre… l’ora è venuta, glorifica il Figlio tuo, affinché il Figlio glorifichi te: gli hai dato potere su ogni carne, affinché egli dia vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (17,1-2);
«Queste cose furono scritte affinché crediate… e affinché, credendo, abbiate vita eterna nel suo nome» (20,31).

3.La dimensione cristologica della vita.

Il termine  vita in Giovanni sostituisce il concetto di regno di Dio frequente nei sinottici e, più in generale, il vocabolario della salvezza frequente nel resto del Nuovo Nessun passo al tema della vita è privo di un riferimento a Cristo. È il Cristo, e soltanto il Cristo, che incarna la vita di Dio nella sua persona, la rivela e la comunica nelle sue parole, la manifesta attraverso i segni. Ed è unicamente andando a Cristo che l’uomo raggiunge quella pienezza di vita che va cercando. Gesù può veramente affermare: «Io sono la via, la verità e la vita» (14,6). Egli è la via che conduce al Padre (14,6b) perché è la trasparenza, l’incarnazione storica, concreta e raggiungibile, di quel dialogo di amore e comunione fra il Padre, il Figlio e lo Spirito, che viene manifestato agli uomini (verità), trascinandoli in esso e vivificandoli (vita).
Il Cristo è al centro del processo della vita, sia che consideriamo questo processo nella sua coordinata verticale, sia che lo consideriamo nella sua coordinata orizzontale.
Le coordinate verticali: il Padre, il Figlio, gli uomini. Punto di partenza è il Padre, che ha la vita in se stesso e che dona al Figlio di avere, lui pure, la vita in se stesso (5,26). Nel quarto Vangelo vengono contemporaneamente affermate l’uguaglianza fra il Padre e il Figlio (come il Padre ha la vita in se stesso, così il Figlio) e la dipendenza del Figlio dal Padre (la vita che il Figlio possiede è un dono del Padre). Ma è proprio dall’accostamento di queste due affermazioni apparentemente contraddittorie che emerge la profonda cristologia di Giovanni: il Figlio è uguale al Padre proprio perché in tutto e per tutto a lui obbediente, il Figlio ha in sé la vita e può donare la vita agli uomini proprio perché totale accoglienza del Padre. In forza della sua obbedienza il Figlio è la trasparenza del Padre.
Dal Padre al Figlio, dal Figlio agli uomini: il Padre ama il mondo, ma non dà direttamente la vita al mondo: lo fa tramite il Cristo. La funzione essenziale del Logos nei confronti degli uomini è di essere «vita e luce»(1,4); venendo fra noi e facendosi uomo, il Logos – che ora prende il nome di Gesù di Nazareth – dice di essere venuto per donarci la vita (10,10). Il dinamismo profondo che genera e guida questo flusso della vita in uno slancio di continua donazione (dal Padre al Figlio, dal Figlio a noi) è l’amore (3,16; 5,20-21; cf. 13,2).
In questo flusso della vita l’uomo non compare come protagonista, ma come destinatario. L’uomo non dà la vita ma la riceve. È soltanto generato. E tuttavia – in un certo senso – anche l’uomo entra nel movimento generativo della vita. Abbiamo sentito l’evangelista dire: “Queste cose furono scritte… affinché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (20,31). La comunità di coloro che fedelmente trasmettono la parola di Gesù pone, dunque, gli uomini di tutti i tempi in contatto con la Parola che rigenera. Questo prolungamento della linea verticale nel tempo della Chiesa è anche (almeno implicitamente) presente nelle affermazioni in cui la vita viene legata alla Parola (6,63.68) e allo Spirito (6,63; 7,38-39), i due grandi protagonisti della tradizione della fede.

4.«Io sono il pane della vita»

Dire che Gesù è il pane della vita significa dire in sostanza che egli è ciò che l’uomo va cercando, la soluzione dei suoi problemi, la soddisfazione della sua inquietudine più profonda: in una parola, la realizzazione di quel progetto per cui l’uomo fu pensato.
Il pane è un simbolo universale, presente nel mondo biblico e nel mondo greco. Esprime, come altri, la ricerca dell’uomo. Penso che Giovanni se ne sia servito per parlare contemporaneamente alle due culture. Affermando: «Io sono il pane della vita», Gesù afferma di essere l’approdo della ricerca di ogni uomo, del giudeo come del greco. Ma con due precisazioni. La prima: solo Gesù è il pane della vita, non altri. Nelle affermazioni con «io sono» è sempre racchiusa una polemica. E la seconda: Gesù è vita perché pane che si dona. Per Giovanni la vita – quella di Dio come quella dell’uomo – è amore e dedizione.

5.La vita «eterna».

Il vocabolo «vita» è frequentemente accompagnato dall’aggettivo «eterna». L’aggettivo «eterna» ha due valenze. Denota la durata della vita donata da Cristo: una vita senza fine, in contrapposizione alla vita temporanea e caduca. E denota la qualità di questa vita: è la vita del mondo di Dio, in contrapposizione alla vita di questo mondo terreno: una vita donata da Dio e con Dio: meglio, la stessa vita di Dio partecipata ai credenti.
Giovanni pone decisamente l’accento sul fatto che la vita è già una realtà presente nel cristiano: chi crede ha la vita eterna (3,15.16.36) ed è passato dalla morte alla vita (5,24). In nessun passo è detto che la vita incomincia soltanto nel futuro. Però è anche frequentemente affermato che questa vita che il cristiano già possiede ha un futuro aperto e vince la morte (5,25.29; 6,40; 8,51; 11,25; 12,25).
La vita riguarda l’uomo nella sua integralità, di corpo e di spirito. Giovanni non parla di immortalità dell’anima, ma di «risurrezione» (5,21.29; 6,40; 11,25). E la vittoria sulla morte non è dedotta da un costituito dell’uomo (lo spirito), ma è fondata sulla partecipazione alla vita di Dio, ed è dono.

6.Le condizioni per ottenere il dono della vita
 
L’uomo non entra nella vita da sé, né trova la vita nella profondità del suo io – attraverso lo sforzo ascetico o attraverso la contemplazione –, ma entra nella vita unicamente attraverso una rinascita dall’alto (3,3). Nella vita di Dio si entra come un neonato: gratuitamente. L’uomo può solo accogliere questa vita nella fede, che non è soltanto un atto intellettuale, ma un’apertura profonda e radicale di tutta la propria persona. La condizione indispensabile per il dono della vita è la fede.
Ma la vita donata al cristiano si esprime e si afferma in un modo nuovo di conoscere, di vedere, di valutare, di costruire rapporti: in una parola, in un modo nuovo di esistere.
Nel complesso del pensiero giovanneo due sembrano essere i tratti più sottolineati di questa nuova esistenza: la via della croce, cioè il dono di sé (12,25), esattamente come Cristo che «dà la vita per le sue pecore» (10,28; 12,24); e l’obbedienza ai comandamenti del Padre, che si riassumono nell’amore fraterno, il comandamento che «è vita eterna» (12,50). Obbedienza al Padre e dono di sé agli uomini sono le due strutture della spiritualità del Cristo, le coordinate lungo le quali si è manifestata la sua vita di Figlio. Sono anche – parallelamente – le due direttrici della nuova vita del cristiano, una vita che è insieme dono e compito, dono e servizio.

7. La vita consacrata, vita nel Risorto e da risorti.

Dimensione pasquale della vita consacrata.

VS,24. “La persona consacrata, nelle varie forme di vita suscitate dallo Spirito lungo il corso della storia, fa esperienza della verità di Dio-Amore in modo tanto più immediato e profondo quanto più si pone sotto la Croce di Cristo. Colui che nella sua morte appare agli occhi umani sfigurato e senza bellezza tanto da indurre gli astanti a coprirsi il volto (cfr Is 53, 2-3), proprio sulla Croce manifesta pienamente la bellezza e la potenza dell’amore di Dio…La vita consacrata rispecchia questo splendore dell’amore, perché confessa, con la sua fedeltà al mistero della Croce, di credere e di vivere dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questo modo essa contribuisce a tener viva nella Chiesa la coscienza che la Croce è la sovrabbondanza dell’amore di Dio che trabocca su questo mondo , è il grande segno della presenza salvifica di Cristo. E ciò specialmente nelle difficoltà e nelle prove. È quanto viene testimoniato continuamente e con coraggio degno di profonda ammirazione da un gran numero di persone consacrate, che vivono spesso in situazioni difficili, persino di persecuzione e di martirio. La loro fedeltà all’unico Amore si mostra e si tempra nell’umiltà di una vita nascosta, nell’accettazione delle sofferenze per completare ciò che nella propria carne «manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24), nel sacrificio silenzioso, nell’abbandono alla santa volontà di Dio, nella serena fedeltà anche di fronte al declino delle forze e della propria autorevolezza. Dalla fedeltà a Dio scaturisce pure la dedizione al prossimo, che le persone consacrate vivono non senza sacrificio nella costante intercessione per le necessità dei fratelli, nel generoso servizio ai poveri e agli ammalati, nella condivisione delle difficoltà altrui, nella sollecita partecipazione alle preoccupazioni e alle prove della Chiesa.

Testimoni di Cristo nel mondo
 
VS,25. Dal mistero pasquale sgorga anche la missionarietà, che è dimensione qualificante l’intera vita ecclesiale. Essa ha una sua specifica realizzazione nella vita consacrata. Infatti, anche al di là dei carismi propri di quegli Istituti che sono dediti alla missione ad gentes o s’impegnano in attività di tipo propriamente apostolico, si può dire che la missionarietà è insita nel cuore stesso di ogni forma di vita consacrata. Nella misura in cui il consacrato vive una vita unicamente dedita al Padre (cfr Lc 2, 49; Gv 4, 34), afferrata da Cristo (cfr Gv 15, 16; Gal 1, 15-16), animata dallo Spirito (cfr Lc 24, 49; At 1, 8; 2, 4), egli coopera efficacemente alla missione del Signore Gesù (cfr Gv 20, 21), contribuendo in modo particolarmente profondo al rinnovamento del mondo. Il primo compito missionario le persone consacrate lo hanno verso se stesse, e lo adempiono aprendo il proprio cuore all’azione dello Spirito di Cristo. La loro testimonianza aiuta la Chiesa intera a ricordare che al primo posto sta il servizio gratuito di Dio, reso possibile dalla grazia di Cristo, comunicata al credente mediante il dono dello Spirito. Al mondo viene così annunciata la pace che discende dal Padre, la dedizione che è testimoniata dal Figlio, la gioia che è frutto dello Spirito Santo. Le persone consacrate saranno missionarie innanzitutto approfondendo continuamente la coscienza di essere state chiamate e scelte da Dio, al quale devono perciò rivolgere tutta la loro vita ed offrire tutto ciò che sono e che hanno, liberandosi dagli impedimenti che potrebbero ritardare la totalità della risposta d’amore. In questo modo potranno diventare un vero segno di Cristo nel mondo. Anche il loro stile di vita deve far trasparire l’ideale che professano, proponendosi come segno vivente di Dio e come eloquente, anche se spesso silenziosa, predicazione del Vangelo. Sempre, ma specialmente nella cultura contemporanea, spesso così secolarizzata e tuttavia sensibile al linguaggio dei segni, la Chiesa deve preoccuparsi di rendere visibile la sua presenza nella vita quotidiana. Un contributo significativo in tal senso essa ha diritto di attendersi dalle persone consacrate, chiamate a rendere in ogni situazione una concreta testimonianza della loro appartenenza a Cristo. Poiché l’abito è segno di consacrazione, di povertà e di appartenenza ad una certa famiglia religiosa, insieme con i Padri del Sinodo raccomando vivamente ai religiosi e alle religiose di indossare il proprio abito, opportunamente adattato alle circostanze dei tempi e dei luoghi. Dove valide esigenze apostoliche lo richiedano, essi, in conformità alle norme del proprio Istituto, potranno anche portare un vestito semplice e decoroso, con un simbolo idoneo, in modo che sia riconoscibile la loro consacrazione. Gli Istituti, che dall’origine o per disposizione delle loro costituzioni non prevedono un abito proprio, abbiano cura che l’abbigliamento dei loro membri risponda, per dignità e semplicità, alla natura della loro vocazione.

8. Preghiera conclusiva

Pasqua, il sorriso di Dio e della vita
 
 
Una pietra rotolata via,
un sepolcro vuoto
senza più il mio Dio.
 
Tu, Signore della vita,
non sei più lì,
nel sepolcro scavato nella fredda roccia,
non sei tra coloro che giacciono nelle tenebre
e nell’ombra della morte.
 
Tu sei vivo e glorioso in mezzo noi,
con la potenza dell’amore,
che distrugge ogni morte nel cuore.
 
Tu sei la Luce vera, che illumina la vita.
Tu sei la risurrezione e  la primavera della nuova vita.
Tu sei il sorriso di Dio, il sorriso dell’umanità, della vita oltre la vita.
Tu sei il Cristo, risorto, la vera Pasqua della storia.
 
In te, Dio della vita,
noi ritroviamo il senso più vero della vita,
la speranza oltre le sconfitte temporanee,
della nostra esistenza quotidiana.
 
Ritroviamo la gioia di vivere
e la certezza di un avvenire
che non avrà più fine.
 
Tu, Redentore dell’uomo,
liberaci dal male oscuro di ogni morte,
che ottenebra la luce della risurrezione,
e chiude il nostro cuore al vero amore
per Te, nostro Signore,
e per ogni fratello e sorella,
immagine del tuo volto crocifisso e risorto.
 
Tu sorriso di Dio e sorriso della vita
aiutaci a capire e a vivere con il tuo stesso sorriso
e con la stessa gioia che promana da Dio. Amen.

Padre Antonio Rungi cp

 

Formia (Lt). Ritiro spirituale mensile delle suore dell’Arcidiocesi di Gaetaultima modifica: 2012-04-15T14:51:00+00:00da pace2005
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