Ritiro spirituale alle Suore Alcantarine. Il testo della riflessione di oggi.

SUORE ALCANTARINE – ITRI – (Lt)

2° INCONTRO – 13 DICEMBRE 2012- P.Antonio Rungi

 

LA FIGURA DI ESTER NELLA BIBBIA: IL CORAGGIO E LA FORZA

 

1.Introduzione

In questo anno della fede anche noi religiosi siamo chiamati a riscoprire il volto autentico della donne della Bibbia, rapportandole e contestualizzandole alla nostra vita consacrata, cercando di cogliere di essere le “proprietà”, prettamente al femminile per capire e leggere la nostra avventura di fede come persone consacrate ed in particolare per voi istituto femminile di vita consacrata.

Lo chiede la vostra condizione di religiose e il carisma del vostro istituto, fondato da un sacerdote diocesano, don Vincenzo Gargiulo, il cui ministero pastorale fu caratterizzato da una ferma scelta di povertà personale, austerità, vita di preghiera e di sacrificio per il gregge a lui affidato, e di Madre Maria Agnese Russo, di cui si legge: “Dotata di un’intelligenza pratica ed operativa, era animata all’offerta di sé nella totalità della vita, come testimonia l’impegno assunto in occasione della sua professione perpetua di “occuparsi della salvezza del prossimo non risparmiando nessuna fatica né incomodo ed anche la vita”.Le sue salde virtù umane e di fede le consentirono di continuare ad esortare fino a che le fu possibile le suore che l’assistevano nella malattia riguardo la carità fraterna e l’amore per la comunità e di spirare serenamente nel Signore il 26 dicembre 1891.

Un’altra donna a cui è dedicato un libro intero della Bibbia è Ester ed oggi concentreremo su questa persona la nostra attenzione. Si tratta di un testo molto più lungo rispetto a quello dedicato a Rut, frutto di successive integrazioni, legato alla festa ebraica di Purim, che cade intorno a febbraio, cioè l’ultimo mese dell’anno, esattamente un mese prima della Pasqua (mese di marzo- Nisan).

Nella tradizione ebraica quest’ultima festa, soprattutto essendo inserita nella pratica cristiana dell’Occidente, ha assunto i connotati del carnevale ed è quindi, in un certo senso, divenuta la festa del carnevale ebraico.

 

2.Il libro di Ester

Il libro di Ester è stato scritto proprio per istituire la festa di Purim e per spiegare il

significato di questa festa: il termine “Purim” è il plurale del termine “pur”, che significa “sorte”.  Non si tratta propriamente di una parola ebraica, ma una parola persiana, cioè derivata dal paese – il regno persiano – dove è ambientata la storia di Ester. Dunque “pur” significa “sorte”, nel senso di “sorteggio”, ed il plurale indica “le sorti” con il significato che noi diamo alle espressioni come “gettare le sorti” o “tirare a sorte”, come pure “sorteggiare” e così via.

L’idea teologica che soggiace a questa festa è quella del cambiamento delle sorti, cioè il capovolgimento della situazione; infatti, la storia riguarda appunto un capovolgimento ed è una tematica teologica molto importante: le sorti sono capovolte; chi perdeva all’inizio, alla fine vince; viceversa, chi all’inizio vinceva, alla fine perde.  Se teniamo presente la nota frase “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” abbiamo una sintesi del capovolgimento delle sorti.

La storia di Ester è analoga a quella dell’Esodo, cioè è una storia di liberazione del popolo, è una specie di “midrash” sull’Esodo. 

Il “midrash”, termine molto usato nella letteratura ebraica, indica una storia di spiegazione e significa “ricerca”; è un modo con cui i maestri ricercano il senso dei racconti o delle leggi facendo un altro racconto di tipo esplicativo, che costituisca un aiuto per la ricerca del senso della vicenda oggetto del racconto.  Quindi, mediante il “midrash”, per commentare un testo biblico si fa una ricerca, cioè si ricorre ad un altro racconto che ricerchi il senso del testo stesso.

Il libro di Ester è dunque una ricerca narrativa per aiutare a comprendere il senso

teologico del libro dell’Esodo.

Il libro dell’Esodo narra sinteticamente la storia del popolo di Israele in Egitto, prigioniero, sfruttato, oppresso, che viene liberato dal Signore mediante un intervento straordinario, pasquale, a seguito del quale coloro che erano oppressi ridiventano liberi e possono rientrare nella loro terra.

La festa di Purim, che è tardiva e non antica come la Pasqua, è legata tuttavia alla celebrazione pasquale: esattamente un mese prima della Pasqua, durante l’ultimo mese dell’anno, si anticipa ciò che sarà la Pasqua o, se si vuole, si conclude l’anno con una tematica pasquale; si tratta di un altro esempio di come il Signore, nel corso della storia, libera il suo popolo e, nel caso del libro di Ester, la protagonista è una donna grazie alla quale avviene la liberazione.

 

3.Ester e Mardocheo, con Assuero, protagonisti del libro

Il nome Ester non è ebraico, ma persiano, precisamente orientale di tipo indo-europeo, legato alla divinità mesopotamica Ishtar, la “stella del mattino”, cioè il pianeta Venere: “Ester” corrisponde allora al persiano “stara” che significa appunto “stella”.

Mardocheo, che è il personaggio maschile del racconto, ha a sua volta un nome mitologico perché è legato al nome di “Marduk”, la grande divinità del mondo babilonese. Abbiamo quindi due nomi paganeggianti di due personaggi autenticamente ebrei e pertanto inculturati, inseriti in un’altra cultura e ben integrati in un’altra società, ma che conservano gelosamente la propria tradizione e sono fedeli al loro Dio.

La storia è ambientata nella città di Susa – una delle grandi capitali del mondo persiano – ed alla corte del re Assuero.  Quest’ultimo è il nome con cui il re è conosciuto nel linguaggio biblico mentre, dal punto di vista storico, è il “Serse”, di cui alle famose guerre persiane e, in particolare, è noto come condottiero nella battaglia delle Termopili nella quale ebbe il sopravvento sull’epica resistenza di Leonida spartano; una delle date offerte nel libro di Ester coincide proprio con il 480 A.C. l’anno appunto della battaglia delle Termopili.

Il libro di Ester non è un racconto storico, bensì un romanzo – è infatti un “midrash” -, un racconto romanzesco con scopo didattico; è una vicenda inserita in un contesto storico, ma non è un fatto storico in sé e si riscontrano diverse incongruenze, forse volute, anche se non così numerose come nel libro di Giuditta.  Questa caratteristica non costituisce problema alcuno, dato che il libro di Ester non va letto come se descrivesse un intervento salvifico decisivo su cui si fondi la nostra fede: è un bel racconto con un suo insegnamento morale ed è stato scritto da un abile narratore con un intento educativo e formativo.

Si tenga presente però che il racconto è vero, anche se non è storico, nel senso che comunica un messaggio vero.

 

4.Alla corte del re Assuero

Entriamo quindi nel racconto che, come detto, si svolge intorno al 480 A.C. nella grande città di Susa; ci troviamo alla corte del re Assuero e il libro ci introduce subito in un banchetto, in una grande festa.  Le citazioni sono riferite al testo ebraico: “(…) , il re Assuero che sedeva sul trono del suo regno nella cittadella di Susa, l’anno terzo del suo regno fece un banchetto a tutti i suoi principi e ai suoi ministri.  I capi dell’esercito di Persia e di Media, i nobili e i governatori delle province furono riuniti alla sua presenza.  Egli mostrò loro le ricchezze e la gloria del suo regno e il fasto magnifico della sua grandezza per molti giorni: centottanta; trascorsi quei giorni, il re fece un altro banchetto di sette giorni, nel cortile del giardino della reggia, per tutto il popolo che si trovava nella cittadella di Susa, dal più grande al più piccolo.  Vi erano cortine di lino fine e di porpora viola, sospese con cordoni di bisso e di porpora rossa ad anelli d’argento e a colonne di marmo bianco; divani d’oro e d’argento sopra un pavimento di marmo verde, bianco e di madreperla e di pietre a colori” (Est 1,  1a-6). 

Sembra quasi che il narratore si diverta ad introdurre il lettore in questo ambiente favoloso, con un arredo spettacolare.

“Si porgeva da bere in vasi d’oro di forme svariate e il vino del re era abbondante, grazie alla liberalità regale. (…) Il settimo giorno, il re, che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a (seguono sette nomi), i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa era infatti di aspetto avvenente” (ib. 1,  7 . 10-11).  Fra tutte le donne dell’harem, la regina Vasti era la più bella – era “la regina” – e il re voleva mostrarla come la realtà più bella del suo palazzo. “Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui”(ib. 1,  12). Tutto l’enorme potere del re di Persia veniva così smentito ad opera di una donna, cosa inaccettabile per il re; si deduce così che la regina godeva di una certa indipendenza per cui, considerando che il re ed i commensali erano ebbri di vino, non aveva nessuna intenzione di andare a far mostra di sé, ma ciò le sarebbe costato caro.

Il re radunò allora il suo Consiglio e chiese un parere su cosa sarebbe dovuto fare; tutti gli uomini del Consiglio dissero che si trattava di un affronto da punire seriamente, perché se così non si fosse fatto, si sarebbe saputo in tutto il regno che, come la regina, tutte le mogli avrebbero potuto disobbedire ai mariti restando impunite.  La cosa sarebbe risultata pericolosissima, perché nel momento in cui le donne si fossero rese conto di poter disobbedire senza essere punite, sarebbe finita per il potere maschile; da qui l’invito a procedere con una severa punizione. “La cosa parve buona al re ed ai principi. Il re (…) mandò lettere a tutte le province del regno, ad ogni provincia secondo la sua scrittura e ad ogni popolo secondo la sua lingua, perché ogni marito fosse padrone in casa sua e potesse parlare a suo arbitrio” (ib. 1,  21-22). Si pensava così di riaffermare il principio che il marito è il capo e deve comandare; il racconto ha il tono della burla ed ha molte sfumature ironiche: c’è questo re di Persia che continua a fare il re e c’è una cancelleria imperiale impegnata a tradurre in tutte le lingue dell’impero dei decreti che sono sciocchezze.  Il racconto è un romanzo gustoso con un intento malizioso e ironico: c’è una critica dietro a tutto questo e il lettore intelligente è in grado di capire di cosa si tratta.

 

5.Ester diviene regina

“Dopo queste cose, quando la collera del re si fu calmata, egli si ricordò di Vasti, di ciò che essa aveva fatto e di quanto era stato deciso a suo riguardo” (ib. 2,  1).  Il re decise allora di sostituire Vasti, che era stata allontanata dall’harem, anche nel ruolo di regina. “Ora, nella cittadella di Susa c’era un giudeo chiamato Mardocheo, figlio di Iair, figlio di Simei, figlio di un beniaminita, che era stato deportato da Gerusalemme fra quelli condotti in esilio con Ieconia re di Giuda da Nabucodonosor re di Babilonia” (ib. 2,  5-6).  Facendo una rapida verifica dei tempi, considerando che la deportazione era avvenuta nel 597 A.C. e che al tempo della deportazione aveva già una certa età, si deve concludere che nel 480

Mardocheo avesse assai di più di cento anni.  Si tratta di una delle incongruenze storiche; forse il narratore non ha il computo preciso degli anni oppure lo fa intenzionalmente, dato che ha interesse non tanto di scrivere un racconto storico esatto quanto invece di descrivere il quadro teologico generale. Se invece si intendesse che il deportato fu il beniaminita, egli sarebbe il bisnonno di Mardocheo e i conti potrebbero tornare: ma la formulazione linguistica non è certa. “Egli (Mardocheo) aveva allevato Adassa, cioè Ester, figlia di un suo zio, perché essa era orfana di padre e di madre.  La fanciulla era di bella presenza e di aspetto avvenente; alla morte del padre e della madre, Mardocheo l’aveva presa come propria figlia” (ib. 2,  7). Il re Assuero, dunque, emanò un decreto che in pratica era assimilabile ad un concorso di bellezza: per prendere una regina in sostituzione di Vasti, decisamente avvenente e caduta in disgrazia, occorreva trovare un’altra ragazza che fosse la più bella del regno.  Allora, gli eunuchi girarono per il regno facendo conoscere il decreto di Assuero, alla ricerca delle più

avvenenti bellezze dell’impero persiano, e radunarono un gran numero di belle fanciulle nella cittadella di Susa; naturalmente anche Ester, essendo così bella, rientra fra le prescelte per la selezione e così “(…) anche Ester fu presa e condotta nella reggia, sotto la sorveglianza di Egai, guardiano delle donne” (ib. 2,  8b).  Circa gli eunuchi, occorre notare che nel mondo orientale – in quello persiano come in quello cinese – il loro ruolo è molto importante, si tratta di segretari e comandanti delle regge ad alto livello, responsabili di tanta amministrazione e, soprattutto, dell’harem.

“La fanciulla piacque a Egai ed entrò nelle buone grazie di lui; egli si preoccupò di darle il necessario per l’abbigliamento e il vitto; le diede sette ancelle scelte nella reggia e assegnò a lei e alle sue ancelle l’appartamento migliore nella casa delle donne.  Ester non aveva detto nulla né del suo popolo né della sua famiglia, perché Mardocheo le aveva proibito di parlarne” (ib. 2,  9-11).  Quindi, nessuno sapeva che Ester era ebrea, era soltanto una bella ragazza fra le tante che erano state prescelte. “Quando veniva il turno per una fanciulla di andare dal re Assuero alla fine dei dodici mesi prescritti alle donne per i loro preparativi, perché soltanto allora terminava il tempo dei loro preparativi, sei mesi per profumarsi con olio di mirra e sei mesi con aromi e altri cosmetici usati dalle donne, la fanciulla andava dal re e poteva portare con sé dalla casa delle donne alla reggia quanto chiedeva. Vi andava la sera e la mattina seguente passava nella seconda casa delle donne, sotto la sorveglianza di Saasgaz, eunuco del re e guardiano delle concubine.  Poi non tornava più dal re a meno che il re la desiderasse ed essa fosse chiamata per nome” (ib. 2,  12-14).  Evidentemente esistevano due palazzi diversi per le donne del re: uno, nel quale erano radunate quelle, sorvegliate da Egai, che non avevano ancora incontrato il re, e l’altro di quelle, sorvegliate da Saasgaz, che avevano già incontrato il re e che non sarebbero state più ammesse da lui a meno che il re stesso desiderasse incontrarle di nuovo e fossero chiamate per nome. “Quando arrivò per Ester figlia di Abicail, zio di Mardocheo che l’aveva adottata per figlia, il turno di andare dal re, essa non domandò se non quello che le fu indicato da Egai, eunuco del re e guardiano delle donne. Ester attirava la simpatia di quanti la vedevano. Ester fu dunque condotta presso il re Assuero nella reggia il decimo mese, cioè il mese di Tebet, il settimo anno del suo regno.  Il re amò Ester più di tutte le altre donne ed essa trovò grazia e favore agli occhi di lui più di tutte le altre vergini.  Egli le pose in testa la corona regale e la fece regina al posto di Vasti.  Poi il re fece un gran banchetto a tutti i principi e ai ministri, che fu il banchetto di Ester; concesse un giorno di riposo alle province e fece doni con munificenza regale” (ib. 2,  15-18). 

Vediamo quindi che la vicenda ha preso un avvio deciso e questa ragazza, di umile estrazione, ha fatto una carriera velocissima: piacque al re, il re se ne innamorò e la fece regina, quindi andò ad abitare non nel palazzo delle concubine, bensì nella reggia stessa.  Ester, quindi, divenne regina di Persia; per quanto riguarda invece Mardocheo, fino a questo momento è rimasto praticamente nell’ombra.

 

6. Mardocheo sventa un complotto contro il re, ma rifiuta di inginocchiarsi ad Aman

“In quei giorni, quando Mardocheo aveva stanza alla porta del re, Bigtan e Teres, due eunuchi del re e tra i custodi della soglia, irritati contro il re Assuero, cercarono il modo di mettere le mani sulla persona del re” (ib. 2,  21). Mentre Mardocheo passava davanti alla porta della reggia ed era in qualche modo interessato alla situazione di Ester, riuscì a percepire con l’orecchio le trame dei due eunuchi che stavano organizzando un colpo di stato e stavano cercando di uccidere il re.  Mardocheo venne a sapere di questo fatto e denunciò i due cospiratori; questi ultimi vennero arrestati, fu svolta un’inchiesta in seguito alla quale i due risultarono colpevoli e vennero così condannati all’impiccagione: “E la cosa fu registrata nel libro delle cronache, alla presenza del re” (ib. 2,  23b).  Ad una lettura superficiale questi particolari potrebbero apparire superflui e non attinenti al racconto; al contrario, hanno uno scopo ben preciso e costituiscono dei segnali per qualcosa che avverrà più avanti.

 

7.Il pericolo di sterminio dei giudei

Fino a questo momento tutto è filato sui binari della normalità: c’è semplicemente una ragazza giudea che è diventata regina di Persia.  Il problema scoppia invece a questo punto, perché il re Assuero nominò un certo Aman grande amministratore del suo regno, visir, viceré, dandogli così la carica più alta del regno, immediatamente al di sotto del re. “Tutti i ministri del re, che stavano alla porta del re, piegavano il ginocchio e si prostravano davanti ad Aman, perché così aveva ordinato il re a suo riguardo.  Ma Mardocheo non piegava il ginocchio né si prostrava” (ib. 3,  2).  Mardocheo era un piccolo ufficiale della corte, aveva un ruolo insignificante, mentre Aman era il primo ministro e quando passava tutti si inginocchiavano, escluso Mardocheo in quanto, essendo giudeo, non piegava il ginocchio davanti a nessun uomo: “Adorerai il Signore Dio tuo, soltanto”. “I ministri del re che stavano alla porta del re dissero a Mardocheo: «Perché trasgredisci l’ordine del re?».  Ma sebbene glielo ripetessero tutti i giorni, egli non dava loro ascolto. Allora quelli riferirono la cosa ad Aman, per vedere se Mardocheo avrebbe insistito nel suo atteggiamento, perché aveva detto loro che era un giudeo.  Aman vide che Mardocheo non si inginocchiava né si prostrava davanti a lui e ne fu pieno d’ira; ma disdegnò di mettere le mani addosso soltanto a Mardocheo, poiché gli avevano detto a quale popolo Mardocheo apparteneva.  Egli si propose di distruggere il popolo di Mardocheo, tutti i giudei che si trovavano in tutto il regno di Assuero” (ib.  2-5).  Si verificò quindi un aspro scontro fra questi due uomini, il potente Aman e Mardocheo, o meglio, il primo provò disprezzo per il

secondo e si propose di fargliela pagare; organizzò quindi una vendetta enorme: la distruzione non solo di Mardocheo, ma di tutto il popolo dei giudei. Siamo quindi di fronte ad una vera e propria legge razziale, ad un autentico decreto di sterminio di giudei che Aman cercò di organizzare. Aman chiese così al re Assuero il permesso di eliminare un popolo strano, diverso dagli altri e perciò pericoloso, che non riconosceva l’autorità del re.  Il re, che da tutto il racconto sembra un imbecille – e forse il narratore descrive volutamente in questi termini il grande imperatore, che firma tutti i decreti che gli vengono sottoposti -, accettò subito di emanare il decreto di eliminazione di tutti i giudei del regno. Restava da decidere quando procedere e, per questo, furono tirate le sorti per definire il giorno ed il mese: si era nel mese di Nisan, il primo mese dell’anno, e la sorte cadde sul tredici del mese di Adar, il dodicesimo mese, per cui c’erano dodici mesi di tempo; ma per il quattordici di Adar veniva data facoltà a tutti i membri dell’impero di uccidere impunemente i giudei.  Si trattò di un decreto incredibile: il re fece scrivere in tutte le lingue che in quella data prefissata tutti gli appartenenti all’impero persiano erano autorizzati ad uccidere i giudei e ad appropriarsi dei loro beni. La situazione che si era così venuta a creare era drammatica, dato che l’impero aveva una forza notevole con una struttura in grado di controllare tutto, per cui appariva ormai scontata la distruzione del popolo dei giudei.

 

8. Ester si raccomanda a Dio e rischia la vita

A questo punto Mardocheo intervenne nell’unico modo possibile, tramite sua cugina Ester ormai divenuta regina e, con grande difficoltà, arrivò a parlarle chiedendole un intervento a difesa del suo popolo, Israele, ed esortandola in quanto unica nella possibilità di farlo. Ester tuttavia era consapevole del fatto che a nessuno, neppure alla regina, era consentito entrare alla presenza dell’imperatore persiano senza essere stato chiamato, pena la condanna a morte, e fece presente questa impossibilità a Mardocheo.  Quest’ultimo allora la mise di

fronte alla necessità di fare una scelta: salvare se stessa o mettere a repentaglio la propria vita per salvare il popolo di Dio e la sollecitò pressantemente a fare la seconda fra le due scelte. Le fece dire quindi: “Chissà che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione di una circostanza come questa?” (ib. 4,  14b).  Il cuore del racconto sta appunto qui, la bella favola si è trasformata in dramma ed Ester viene a trovarsi di fronte ad una scelta radicale; ed è importante il concetto della Provvidenza, sottinteso nella domanda di Mardocheo, la riflessione a cui Ester viene indotta circa il ruolo della propria persona e della propria vita: forse Dio ti ha fatto arrivare dove sei perché tu, con la tua posizione, puoi fare qualcosa.

Questa importante riflessione riguarda ciascuno di noi, nel senso che siamo dove siamo perché possiamo essere utili lì dove ci troviamo.

Tornando a Ester, l’invito è a riflettere sul fatto che l’onore che le è stato concesso

arrivando ad una carica tanto elevata forse può servire per uno scopo ben preciso: è l’invito a non pensare di salvarsi da sola, ma a rischiare la propria vita per la salvezza del suo popolo. Ester decise allora di andare e chiese a Mardocheo di pregare e di digiunare per tre giorni, lei stessa digiunò per tre giorni, vestì di sacco, fece penitenza e pronunciò una bellissima preghiera con la quale si affidò al Signore. Si noti che, fino a questo punto, di Dio si è parlato abbastanza poco; giunti però nel cuore del racconto troviamo due preghiere: una di Mardocheo e una di Ester – entrambe contenute nella versione greca del libro -, due preghiere di fiducia, due salmi di affidamento al Signore.

Ester si presenta debole e umile al cospetto di Dio, dicendo: «Non ho nessuno se non te ed io entro davanti al leone, fidandomi di te. Sono nelle tue mani!». 

Madre Teresa di Calcutta direbbe: «Sono una matita nelle mani di Dio».

Ester esprime questa idea: sono una povera donna, rischio la pelle, ma nelle tue mani posso diventare uno strumento di salvezza. Passati i tre giorni di preghiera e di digiuno e conclusi gli altri atti di penitenza, si fece coraggio e passò all’azione.  Proseguiamo la lettura del testo. “Il terzo giorno, quando ebbe finito di pregare, ella si tolse le vesti da schiava e si coprì di tutto il fasto del suo grado.  Divenuta così splendente di bellezza, dopo avere invocato il Dio che veglia su tutti e li salva, prese con sé due ancelle. Su di una si appoggiava con apparente mollezza, mentre l’altra la seguiva tenendo sollevato il mantello di lei.  Appariva rosea nello

splendore della sua bellezza e il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore, ma il suo cuore era stretto dalla paura. Attraversate una dopo l’altra tutte le porte, si trovò alla presenza del re. Egli era seduto sul trono regale, vestito di tutti gli ornamenti maestosi delle sue comparse, tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terrificante.  Alzò il viso splendente di maestà e guardò in un accesso di collera.  La regina si sentì svenire, mutò il suo colore in pallore e poggiò la testa sull’ancella che l’accompagnava. Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: «Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune.  Avvicinati!».  Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: «Parlami!».  Gli disse: «Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria.  Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto».  Ma, mentre parlava, cadde svenuta; il re s’impressionò e tutta la gente del suo seguito cercava di rianimarla.  Allora il re le disse: «Che vuoi, Ester? Qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, l’avrai!».  Ester rispose: «Se così piace al re, venga oggi il re con Aman al banchetto che gli ho preparato» (ib. 5,  1-4). Venne quindi preparato un banchetto al quale furono invitati il re ed il primo ministro Aman. Quest’ultimo, felice per l’invito ricevuto da parte della regina, tornò a casa e comunicò la notizia agli amici ed alla moglie; comunicò anche l’irritazione che aveva provato quando, uscendo dalla reggia, aveva notato che Mardocheo, che si trovava alla porta del re, non si era alzato a rendergli omaggio.  Allora la moglie e gli amici lo sollecitarono a fare innalzare un palo per farvi impiccare Mardocheo e di parlarne al re; così fece innalzare il palo ed andò al banchetto.  Mangiarono e bevvero, poi il re chiese ad Ester che cosa volesse in realtà, sembrandogli strano che tutto si risolvesse con un banchetto; Ester rimandò la risposta ad un altro banchetto per il giorno seguente. Quella notte il re, non riuscendo a prendere sonno, chiamò dei giovani al suo servizio e ordinò loro di leggergli qualcosa dal libro delle cronache; la scelta della lettura cadde casualmente sulla denuncia presentata da Mardocheo nei confronti di Bigtan e Teres, colpevoli di avere architettato un colpo di stato contro il re, complotto che era stato sventato proprio in seguito alla denuncia di Mardocheo. Il re chiese allora cosa era stato fatto per premiare Mardocheo e, saputo che non era stato fatto assolutamente niente, il mattino dopo convocò Aman e gli chiese cosa avrebbe potuto fare per una persona alla quale avesse voluto rendere onore.  Aman, ritenendo che stesse pensando a lui, propose di far salire su un cavallo bianco l’uomo da onorare e di fargli percorrere le vie della città, preceduto da un dignitario che esclamasse: «Ciò avviene all’uomo che il re vuole onorare». Il re accettò l’idea ed ordinò ad Aman di procurare il cavallo bianco, di farvi salire Mardocheo e di precederlo per le vie della città pronunciando l’esclamazione che aveva proposto. Aman, pieno di rabbia, fece quanto il re gli aveva ordinato, poi tornò a casa e raccontò la sua disavventura alla moglie ed agli amici.  Mentre stavano ancora parlando, giunsero gli eunuchi del re per condurre Aman al banchetto che Ester aveva preparato. Terminato il pranzo, il re chiese a Ester di dirgli finalmente cosa voleva; a questo punto Ester scoprì le carte dicendo al re che qualcuno voleva la morte del popolo dei giudei e quindi anche la morte di lei, appartenente a quel popolo.  Ester chiese perciò al re di intervenire a difesa del popolo e della sua regina, rivelando che l’uomo che aveva tali intenzioni malvagie era proprio Aman, lì presente.  Il re credette pienamente alle parole di Ester.

 

9. La punizione di Aman

“Allora Aman fu preso da terrore alla presenza del re e della regina. Il re incollerito si alzò dal banchetto e uscì nel giardino della reggia, mentre Aman rimase per chiedere la grazia della vita alla regina Ester, perché vedeva bene che da parte del re la sua rovina era decisa. Poi il re tornò dal giardino della reggia nel luogo del banchetto; intanto Aman si era prostrato sul divano sul quale si trovava Ester” (ib. 7,  6b-8a). Evidentemente Aman veniva a trovarsi in una posizione decisamente equivoca agli occhi del re il quale – già incollerito per quanto aveva appena saputo da Ester -, esclamò: «Vuole anche far violenza alla regina, davanti a me, in casa mia?». A quel punto, sempre per caso, arrivò un inserviente dicendo che aveva visto un palo alto cinquanta cubiti, innalzato per impiccarvi qualcuno.  Il re disse: «Impiccatevi lui!». Così Aman finì impiccato proprio al palo che, su indicazione della moglie, aveva fatto innalzare per impiccarvi Mardocheo.

A quel punto il nemico era stato superato, ma bisognava provvedere al decreto che ormai era stato emanato e la regina chiese così un contro-decreto che desse ai giudei la possibilità di difendersi in quel giorno del mese di Adar. In questo modo il decreto di sterminio veniva ad essere di fatto annullato. 

 

10. La festa di Purim oggi

Allora, conclude il libro, venne fissata una festa memorabile che fu chiamata Purim, perché in quel giorno le sorti furono capovolte. Secondo la tradizione ebraica, nel giorno di Purim i bambini si travestono indossando le maschere dei personaggi della storia; c’è quindi il “buono” ed il “cattivo” e si tratta di un giorno particolarmente divertente. Quando in sinagoga viene letto il libro di Ester, i bambini – ma anche gli adulti – intervengono con segni di approvazione o di disprezzo: quando il lettore nomina Mardocheo o Ester i presenti applaudono, mentre quando viene nominato Aman fischiano. Si celebra quindi il giorno in modo carnevalesco, come una sorta di spettacolo proprio secondo lo stile del libro di Ester.  Eppure, in fondo, c’è un’idea molto importante che è quella della donna che salva il suo popolo e che, per questo fine, corre il rischio di perdere la propria vita; c’è una serie di uomini prepotenti che organizzano il male, ma la salvezza passa da una donna.

Nel caso di questo libro, Ester, pur essendo regina, non aveva alcun potere, ma la sua forza è stata quella di fidarsi totalmente del Signore e a suo modo, con il suo stile favolistico e ironico, il libro di Ester ha un bel messaggio e presenta questa donna come capace di salvezza proprio attraverso la sua femminilità, il suo cuore, il suo affetto e la sua dedizione che diviene lo strumento con cui Dio salva il popolo.

Oggi abbiamo quindi preso in esame una storia altamente ironica e drammatica: una ricetta di politica, di relazioni sentimentali e di affetti.

È un “midrash” sull’Esodo: in questo caso, non un Mosè, ma una donna diventa la salvezza del popolo.

 

SUORE ALCANTARINE FONDATE DA DON VINCENZO GARGIULO E DA MADRE MARIA LUISA AGNESE RUSSO

 

LA VOSTRA STORIA CHE SI RINNOVA ATTRAVERSO DI VOI, RELIGIOSE ALCANTARINE IMPEGNATE COME TUTTE NEL VIVERE L’ANNO DELLA FEDE

 

Le origini della Famiglia religiosa delle Suore Francescane Alcantarine affondano nel popoloso e povero quartiere della parrocchia dello Spirito Santo in Castellammare di Stabia, provincia di Napoli.

Dal 1867 il curato don Vincenzo Gargiulo, allo scopo di porre rimedio alla situazione di miseria e degrado sociale della zona, aveva attivato numerose iniziative parrocchiali di catechesi e sostegno sociale ai più poveri. Nella sua opera si avvaleva del contributo di suor Maria Agnese Russo, terziaria francescana, e di un gruppo di giovani della parrocchia.

Il 17 settembre 1870 un primo gruppo di giovani ragazze, sotto la guida di suor Agnese, decise di lasciare le case di origine per sperimentare stabilmente la vita comune al servizio dei più poveri. La dimora del piccolo gruppo venne stabilita nelle vicinanze della parrocchia dello Spirito Santo; si inaugurò così l’esperienza di uno stile di vita comunitario, povero, austero e ritmato dalla preghiera e dal servizio.

L’esempio delle giovani, che per presto iniziarono a percorrere le vie della città allargando il cerchio della “carità operativa”, attirò in breve tempo molte altre, desiderose di condividere l’esperienza della comunità nascente: “non solo presero a cuore l’educazione giovanile nella scuola, l’insegnamento del catechismo nella Chiesa; ma percorsero ben presto le vie della città, prodigando cure ed assistenze ai vecchi, ai malati e a tutti quelli che avevano bisogno di aiuto”.

Fu così che, dopo aver ricevuto l’approvazione diocesana da mons. Francesco Saverio Petagna il 14 ottobre 1874, le Prime Dodici vestirono l’abito francescano secondo la riforma alcantarina il 17 ottobre dello stesso anno.

In pochi anni il numero delle suore crebbe rapidamente e le comunità si diffusero in tutto il meridione d’Italia.

Insignito del Decreto di Lode nel 1894, l’Istituto delle Figlie Povere di San Pietro d’Alcantara ricevette nel gennaio del 1903 l’approvazione pontificia. 

 

 

CANONICO DON VINCENZO GARGIULO

Vincenzo Gargiulo nacque a Castellammare di Stabia (NA) il 2 agosto del 1834. Il seme della vocazione sacerdotale fu coltivato e crebbe con la frequenza al seminario diocesano, fino all’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1857.

Il 14 ottobre 1867 mons. Petagna nominò don Vincenzo economo curato della Parrocchia dello Spirito Santo, esprimendo fiducia nell’energia e nello zelo che il giovane sacerdote avrebbe profuso per la cura pastorale di quel territorio.

Immediatamente egli infatti si fece carico della situazione di miseria e degrado che affliggeva il rione, nel quale parevano banditi i riferimenti ad ogni valore umano ed evangelico.

I suoi interventi pastorali si concentrarono innanzitutto sulla famiglia e sui giovani. Nel 1869, grazie all’aiuto di suor Agnese Russo e del gruppo di giovani che costituirà la prima cellula fondazionale delle Suore Alcantarine, organizzò una scuola gratuita di lettere e lavoro, nel desiderio di dare forma stabile all’opera iniziata a servizio della gioventù.

Il ministero pastorale di don Vincenzo fu caratterizzato da una ferma scelta di povertà personale, austerità, vita di preghiera e di sacrificio per il gregge a lui affidato. Nel 1874, presso il ritiro alcantarino di Piedimonte Matese (CE), stese personalmente le prime Costituzioni del nascente Istituto religioso.

Sostenne fino alla morte, avvenuta il 22 ottobre 1865, la Famiglia religiosa da lui fondata, coadiuvando le Superiore generali nel discernimento ed accompagnando spiritualmente le suore.

 

MADRE MARIA LUISA AGNESE RUSSO

Maria Luisa Russo nacque il 4 aprile 1830 a Castellammare di Stabia (NA). Non abbiamo ulteriori notizie di lei fino all’8 gennaio 1859, giorno nel quale ricevette da mons. Petagna il permesso di indossare l’abito del Terz’Ordine di San Francesco, con il riconoscimento di una condotta di vita lodevole.

 

Prese il nome di suor Agnese dell’Immacolata ed iniziò la vita della monaca di casa, cioè della religiosa vivente in famiglia.

 

Dal 1867 iniziò la collaborazione con don Vincenzo, prima in qualità di direttrice della Pia Unione delle Figlie di Maria, che raggruppava le giovani del quartiere e poi di responsabile della piccola comunità che si era raccolta in vita comune presso la parrocchia dello Spirito Santo. Era suo compito istruire nella pratica dell’orazione il piccolo gruppo, che da lei accolse e fece propri i cardini della spiritualità francescana.

 

Dotata di un’intelligenza pratica ed operativa, era animata all’offerta di sé nella totalità della vita, come testimonia l’impegno assunto in occasione della sua professione perpetua di “occuparsi della salvezza del prossimo non risparmiando nessuna fatica né incomodo ed anche la vita”.

 

Suor Agnese assunse la carica di prima Custode maggiore dell’Istituto, che mantenne fino alla morte. Le sue salde virtù umane e di fede le consentirono di continuare ad esortare fino a che le fu possibile le suore che l’assistevano nella malattia riguardo la carità fraterna e l’amore per la comunità e di spirare serenamente nel Signore il 26 dicembre 1891.

 

 

RITIRO MENSILE PER LE SUORE ALCANTARINE

 

COMUNITA’ DI ITRI (LT)

 

 

 

ANNO DELLA FEDE

 

LE DONNE DELLA BIBBIA E LE LORO STORIE

 

 

 

22 NOVEMBRE 2012- P.ANTONIO RUNGI C.P.

 

 

 

“SARA”

 

1.Introduzione

 

 

 

Per l’anno della fede, da poco iniziato, anche a noi religiosi è richiesto uno specifico impegno personale e comunitario per riscoprire e potenziare il dono della fede ricevuto nel battesimo. Alla luce delle indicazioni dettate dal Papa, Benedetto XVI, nel Motu proprio “Porta fidei” e successivi altri interventi dello stesso Pontefice e delle varie Congregazioni vaticane, siamo qui a vivere questo Anno della fede, facendo tesoro di quello che ci viene indicato e proposto, anche dalla stessa nostra famiglia religiosa di appartenenza. Per cui abbiamo deciso di approfondire il dono della fede alla luce di quelle singolari donne di fede che incontriamo nella Bibbia e che sono di esempio a tutti, specie se ci soffermiamo sulla Vergine Santa. Trattandosi di un istituto femminile di vita consacrata è giusto che la nostra attenzione nei ritiri mensili si soffermi sulle queste speciali donne della Bibbia, sia dell’Antico Testamento che del Nuovo Testamento.

 

Questi ritiri mensili sulle: “Donne bibliche” sono un’occasione per riscoprire quantepagine della Scrittura hanno come protagoniste delle donne e come la  Rivelazione abbia inmolti passi una connotazione femminile.

 

Le donne nellaBibbia sono tante e fanno anche in genere una bella figura. Sappiamo che la cultura antica aveva un’altra visione del ruolo della donna, percui non si può pretendere che nell’ambiente orientale antico la donna avesse il ruolo che haoggi con la libertà e con la possibilità di esprimersi che finalmente, almeno nei nostriambienti, le è stata riconosciuta, anche nella vita consacrata. Tuttavia, anche in questa realtà antica, chi comandavaeffettivamente era la donna, come è sempre successo e continua a succedere, pur rimanendodietro le quinte e senza avere ruoli di potere diretto. Nelle tende dei patriarchi comandavanole donne. Sara, Rebecca, Rachele sono le persone che decidono su tutto, anche la lineadella benedizione divina.

 

Abbiamo scelto per il nostro itinerario di formazione spirituale in questo Anno della fede, alcune figure femminili: Sara ed Ester dell’Antico Testamento ed Elisabetta. Marta-Maria, amiche di Gesù, e la Madre di Gesù, la Vergine Santissima del Nuovo Testamento. Cinque incontri mensili da novembre 2012 a Marco 2013 con sei figure femminili che presenteremo in questi nostri incontri, soprattutto evidenziando il loro modo di pensare, agire e credere.

 

 

 

 

 

 

 

2. SARA

 

2.1. Le “storie dei patriarchi”.

 

A partire dal capitolo 12 del primo libro della Bibbia, la Genesi, iniziano le “storie dei patriarchi”, ovvero racconti di tradizioni familiari. sono racconti tipici del mondo orientale cheraccontano le vicende delle famiglie per spiegare i rapporti fra gruppi umani e quindi lamateria è ancora più difficile. Tuttavia, le storie di Abramo, Isacco e Giacobbe e delle rispettivemogli non sono aneddoti o semplici racconti né storici né mitici né favole, sono invece brevi storie (saghe) familiari e nascono per spiegare i rapporti fra tribù.I diversi gruppi familiari, i popoli e le parenteleI gruppi umani legati a clan ed a tribù hanno ciascuno una propria storia, propriecaratteristiche, proprie abitudini, propri usi e costumi, e si richiamano ad un antenato; ognigruppo ha un personaggio che ne ha determinato la realtà: in genere si chiamano “figli di…”, seguito da un nome proprio del “padre”. 

 

Queste storie nascono e si sviluppano per raccontare delle vicende di gruppi umani, che siavvicinano o si allontanano, hanno buoni rapporti oppure si fanno guerra.Queste storie si perdono nella notte dei tempi e vengono raccontate di generazione ingenerazione; il loro enorme patrimonio è stato ereditato dai teologi di Israele, i quali, inepoca molto più avanzata – dopo Davide e forse addirittura durante l’esilio -, hannoricomposto queste antiche tradizioni familiari con dei motivi teologici ed hanno fatto deiracconti per indicare una storia teologica.

 

È così che ha origine la composizione della Genesi dal capitolo 12 in poi, che ci presentala storia di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e delle loro mogli.  Tutti questi racconti sonostati organizzati in modo tale da avere un albero genealogico: Abramo generò Isacco, Isaccogenerò Giacobbe, Giacobbe generò i dodici patriarchi che danno origine ad altrettante tribùdi Israele; ma Abramo generò anche Ismaele, che è all’origine degli arabi, e insieme adAbramo venne Lot – suo nipote – dal quale nacquero Moab e Ammon, capostipiti deimoabiti e degli ammoniti che erano stanziati nell’attuale Giordania, cioè vicini a Israele.

 

Oltre a Giacobbe, Isacco generò Esaù, il capostipite degli edomiti.In questo modo, il libro della Genesi ha tracciato una carta geografica politica spiegando ipopoli e le parentele, nonché dicendo quali sono i buoni e quali i cattivi, quali appartengonoal filone della benedizione divina e quali invece sono stati scartati.

 

 

 

2.2. Come bisogna leggere la Bibbia

 

Noi lettori moderni dobbiamo fare attenzione a non leggere questi testi in modo troppo“moderno”, cioè non dobbiamo leggerli come se fossero dei racconti storici e neppure comese fossero dei racconti morali, cioè degli esempi di virtù da imitare.  La tentazione comunenei lettori biblici è infatti nel senso di cercare nella Bibbia delle vite di santi, delle storieedificanti da imitare; è un atteggiamento sbagliato perché occorre invece capire cosacontiene e cosa vuole esprimere la Bibbia.  In alcuni casi ci sono anche delle storie edificantie di santi, ma non è tutto così. 

 

Nel libro della Genesi non sono sempre raccontate dellevicende che possono servire da modello morale; Abramo, Isacco e Giacobbe non sonopresentati come se fossero dei santi uomini da prendere come esempio, vengono bensìraccontati anche tanti loro atteggiamenti negativi con situazioni sbagliate, con errori checommettono.  L’insistenza del narratore, però, è nella benedizione di Dio, cioènell’intervento di Dio che porta avanti una storia nonostante gli sbagli degli uomini.  Comeha sbagliato all’inizio, l’uomo continua a sbagliare nel corso della storia, ma non per questoDio lo abbandona, anzi entra nella vicenda dell’umanità, chiede un’adesione di fede ededuca coloro che sono stati scelti.  Il narratore mette in evidenza la fede di Abramo, la suadisponibilità a fidarsi di Dio; mette in evidenza anche gli sbagli di Abramo e così pure diIsacco e di Giacobbe, nonché gli interventi pedagogici che Dio adopera per educare.

 

 

 

2.3.La sterilità delle “nonne” di Israele

 

Le donne di cui si parla in questi capitoli hanno un ruolo importante, ma il leit motiv chesi ripete continuamente in queste storie è la sterilità: le grandi madri di Israele erano sterili.In questa epoca arcaica, e in questa condizione sociale, la fertilità è condizioneindispensabile per la vita.  È importante trovare terreni fertili, è importante che il gregge siafertile, è importante infine che l’umanità – cioè la donna – sia fertile: la terra deve produrre ifrutti – almeno l’erba -, il bestiame deve produrre altro bestiame e l’umanità devemoltiplicarsi, i figli – i tanti figli – sono una benedizione, sono la possibilità di vita, sono laforza e la sicurezza del gruppo.  Quindi, come il terreno deve essere fertile ed il gregge deveprodurre, così l’obiettivo è la donna fertile, la donna che possa avere tanti figli, la “madre ditutti i viventi”.Ora il narratore insiste, in modo quasi esagerato, ripetendo ad ogni generazione che lamadre era sterile.  Dio scelse Abramo e lo chiamò, Abramo obbedì e andò dove Dio locondusse, ma la moglie di Abramo era sterile; Dio gli promise una terra ed una grandediscendenza, ma la moglie era sterile.  Passarono gli anni, Abramo invecchiò senza che lamoglie gli avesse dato dei figli; il narratore continua a ripetere che Dio gli ha promesso “unadiscendenza numerosa come le stelle del cielo”.

 

Questi racconti hanno un interesse teologico, dato che la sterilità delle madri di Israele èstata poi superata avendo tutte hanno generato il popolo e, all’epoca in cui furono scritti, ladiscendenza era già “numerosa come le stelle del cielo”.  Questi racconti della sterilitàservono proprio per evidenziare il limite dell’uomo, superato dall’intervento di Dio: sonoracconti della grazia, sono racconti di salvezza!  L’uomo da solo non può generare la vita ela salvezza e Dio interviene con la benedizione, cioè donando la fecondità.  Ricordate infatti,dal libro della Genesi, che “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra …»” (Gn 1,  28a). 

 

La benedizione alle madri di Israele è proprio questodono della vita presentato nel modo migliore possibile, cioè attraverso un figlio da lungoatteso nella famiglia, che nasce e, per di più, arriva in età di avanzata vecchiaia quando èassolutamente inimmaginabile che un figlio possa nascere.Non limitiamoci dunque al puro e semplice racconto e cerchiamo di cogliere la ricchezzateologica che vi è sottesa; non per nulla San Paolo insisterà molto sulla figura di Abramo perrecuperare questo insegnamento teologico.

 

 

 

2..4.Abramo, Sara, Agar, Isacco e Rebecca

 

Non possiamo parlare di Sara senza parlare di Abramo, di Agar e di Rebecca. Infatti, nel corso del racconto contenuto nel capitolo 16 della Genesi troviamo una situazionestrana e ambigua con la comparsa della figura di Agar, una schiava egiziana.Nonostante lepromesse di Dio, Abramo non riesce ad avere figli da Sara e, a questo punto, subentral’artificio umano, cioè il tentativo di trovare una strada alternativa: secondo una tradizionearcaica, prevista anche dalla legislazione dell’oriente antico, la serva può fare da prestanomealla padrona, anche nel senso della generazione, per cui Sara concede ad Abramo la servaAgar per generare un figlio con lei. Oggi si direbbe in termini moderni di dare l’utero in fitto, cioè chiedere la disponibilità di un’altra donna perché la coppia legata in matrimonio possa generare una nuova vita, in assenza di figli nella stessa coppia, per sterilità o altro.Cosa da un punto di vista etico cristiano non permesso, ma spesso autorizzato dalle leggi civili, come capita per le fecondazione delegata. Nel racconto biblico non è quindi Abramo che prende la decisione, bensìSara che, volendo superare la propria sterilità, escogita questo artificio.  Abramo allora siunisce ad Agar, che concepisce e partorisce un figlio al quale viene dato il nome di Ismaele.Inevitabilmente fra le due donne scoppia la rivalità, poiché, dal momento che la serva siaccorge di essere incinta del padrone, Sara non conta più niente; e anche se, in base allalegislazione, il figlio che nascerà risulta di Sara, a livello psicologico e relazionale, si sonorotti i rapporti. 

 

Il capitolo mette in scena, con una finezza psicologica notevole, la difficoltàdi queste due donne che, nella tenda, entrano in conflitto; il povero Abramo è come relegatoai margini e non sa assolutamente cosa fare, ha deciso Sara e Abramo ha accettato.  AdessoSara si sente maltrattata da Agar e chiede ad Abramo di mandarla via, e Abramo obbedisce:nella tenda comanda Sara!

 

“Sara” significa “principessa” – è un nome nobiliare – e il racconto mette in evidenza conuna punta di ironia proprio questo fatto, che le scelte sono fatte da Sara, la padrona.

 

Agar viene allora allontanata con il bambino e viene mandata via nel deserto, ma nonabbandonata da Dio.  Abramo era titubante, ma Dio gli dice di mandarla tranquillamente via.

 

Se leggessimo questo testo come un racconto morale e credendo di trovarvi degli esempida imitare oggi, da cristiani, resteremmo sconcertati e ci troveremmo di fronte a dei problemienormi, ma saremmo noi a sbagliare leggendo il testo in questo modo!  Non si tratta infatti diun testo di morale cristiana, bensì di un racconto arcaico che vuole dire cose totalmentediverse.  Non ci renderemmo conto che l’autore fa parlare Dio in questo modo, che inapparenza non concorda con la nostra mentalità e con i principi che seguiamo, perchéintende dire qualcos’altro.Dio non abbandona Agar nel deserto, ma interviene, l’aiuta e benedice anche quel figlio,ma da un’altra parte; Ismaele, anche secondo la tradizione coranica – che dipende dallaBibbia -, sarà quindi l’antenato delle genti dell’Arabia e, attraverso di lui, gli arabi siconsiderano anch’essi “figli di Abramo”.  Tuttavia, nell’ottica dei figli di Israele c’è unanotevole differenza: loro sono i “figli della padrona”, gli arabi sono i “figli della schiava”;questa dicitura è in sé un programma, è un modo politico per distinguersi. 

 

San Paolo, nellalettera ai Galati, riprende proprio le immagini di Sara e Agar, ma le interpreta in chiaveallegorica, dicendo che Agar rappresenta la vecchia alleanza, mentre Sara è la nuovaalleanza: Agar ha concepito con le proprie forze, in modo naturale, mentre Sara, che non puòconcepire, riesce a generare il figlio per grazia di Dio.  Allora, le due donne – mogli diAbramo – diventano due immagini di umanità: una che produce la salvezza da sé, ma rimanead un livello terreno, ed una che riesce a produrre di più, non per le proprie forze, ma per lagrazia che le è stata data.  Allora, la nascita di Isacco diventa il segno della nuova alleanza,cioè dell’intervento di Dio che compie di più di quanto l’uomo possa ottenere con le proprieforze; la salvezza non è una conquista dell’uomo, ma è un dono gratuito di Dio.

 

Sara sterile, che finalmente genera Isacco, è l’umanità che può sorridere: Isacco significainfatti “sorriso”.

 

Nell’episodio delle querce di Mambre Dio appare ad Abramo sotto formadi tre visitatori, che Abramo accoglie, parla loro come se si trattasse di una sola persona,prepara la mensa, imbandisce la tavola; i tre, che parlano al singolare, annunciano chetorneranno l’anno successivo e Sara avrà un bambino, mentre nella tenda Sara, che nonpartecipa al banchetto – le donne mangiavano separatamente dagli uomini, come a tutt’oggiè usanza presso le popolazioni che vivono nel deserto -, ascolta e sente cosa dicono gli stranivisitatori.  Quando li sente dire che l’anno successivo avrebbe avuto un bambino rideincredula e il Signore chiede perché avesse riso.  “Allora Sarà negò: «Non ho riso!», perchéaveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso»” (Gn 18,  15), sottintendendo cheavrebbe sorriso di gioia per la nascita del figlio.  Da qui il significato di “Isacco”, appunto,“sorriso”.Questo racconto è un bellissimo gioco letterario per spiegare il nome di Isacco.

 

In questi capitoli della Genesi ci sono tre racconti nei quali si parla di personaggi cheridono, per cui il bambino verrà chiamato “sorriso”; si comprende così, anche nel nostrolinguaggio, il valore simbolico di “far nascere il sorriso”: sul volto della donna sterile,anziana, delusa, amareggiata, fallita, il Signore fa nascere il sorriso.  Il racconto insiste sulfatto che il bambino nasce quando ormai non se l’aspettano più: non solo è sterile, ma èanche molto anziana.

 

Siamo quindi di fronte ad un racconto della grazia.Il “sorriso” nasce, Isacco cresce ed arriva all’età del matrimonio.  Abramo, che si èspostato dall’Oriente e abita nella terra di Canaan vicina ad Ebron, si preoccupa di farlosposare, ma non con una donna cananea; desidera, al contrario, che la moglie sia dellaparentela e della terra di provenienza.  Delega quindi un suo fedele domestico perché torni inMesopotamia, nel proprio clan di origine, per cercare una ragazza che possa essere la sposadi Isacco.Nel capitolo 24 della Genesi troviamo a questo punto il lunghissimo e splendido raccontodella sposa per Isacco; la bellezza del racconto sta nella sua caratteristica di “storiafemminile”: è la ricerca della sposa ed il personaggio principale è Rebecca.E con il richiamo a questa ultima donna del clan di Abramo chiudiamo la prima riflessione sulle donne della Bibbia.

Ritiro spirituale alle Suore Alcantarine. Il testo della riflessione di oggi.ultima modifica: 2012-12-13T01:37:00+00:00da pace2005
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