LA MEDITAZIONE DI PADRE RUNGI PER IL RITIRO SPIRITUALE DEL CLERO

FORMIA – INCONTRO MENSILE DEL CLERO  DELL’ARCIDIOCESI DI GAETA – GIOVEDI’ 18 APRILE 2013- ISTITUTO SMALDONE

RIFLESSIONE DI PADRE ANTONIO RUNGI – PASSIONISTA

COMUNITA’ DEL SANTUARIO DELLA CIVITA –ITRI (LT)

 

 

1.      Introduzione

 

Saluto con affetto e profondo rispetto sua Ecc.za, mons. Fabio Bernardo D’Onorio, zelante e affabile pastore di questa amata arcidiocesi di Gaeta e tutti voi miei confratelli nel sacerdozio, diaconi e altri ministri qui presenti. Sono qui per condividere con voi alcune riflessioni in questo giorno di incontro del clero diocesano in questo mese di aprile 2013 e a metà percorso dell’anno della fede.

 

Un pensiero speciale al Santo Padre, Papa Francesco, che ci sta accompagnando, in questi giorni, con le sue catechesi sull’anno della fede, riprese con la seconda udienza generale del 3 aprile scorso.

 

Mi preme citare quello che ha detto Papa Francesco a noi sacerdoti durante la messa crismale di giovedì santo il 28 marzo scorso:

“Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “mi benedica, padre”, “preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica, supplica del Popolo di Dio. Quando siamo in questa relazione con Dio e con il suo Popolo e la grazia passa attraverso di noi, allora siamo sacerdoti, mediatori tra Dio e gli uomini. Ciò che intendo sottolineare –afferma Papa Francesco – è che dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale – ma lo è solo apparentemente – il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello. Questo momento di Gesù, in mezzo alla gente che lo circondava da tutti i lati, incarna tutta la bellezza di Aronne rivestito sacerdotalmente e con l’olio che scende sulle sue vesti. È una bellezza nascosta che risplende solo per quegli occhi pieni di fede della donna che soffriva perdite di sangue. Gli stessi discepoli – futuri sacerdoti – tuttavia non riescono a vedere, non comprendono: nella “periferia esistenziale” vedono solo la superficialità della moltitudine che si stringe da tutti i lati fino a soffocare Gesù (cfr Lc 8,42). Il Signore, al contrario, sente la forza dell’unzione divina che arriva ai bordi del suo mantello.  Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni. Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente.

Poi una serie di considerazioni sul nostro essere sacerdoti.

 

“Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco – non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione – si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù.

 

Un cammino di formazione sacerdotale nell’anno della fede

 

La Congregazione per il Clero sta accompagnando il nostro cammino di sacerdoti in questo anno speciale anche per noi, con vari interventi formativi che vi suggerirei di valorizzare per la vostra formazione personale.

Nelle indicazioni per celebrare degnamente l’anno della fede viene detto: “La formazione permanente del clero potrà essere incentrata, particolarmente in quest’Anno della fede, sui Documenti del Concilio Vaticano II e sul Catechismo della Chiesa Cattolica, trattando, ad esempio, temi come “l’annuncio del Cristo risorto”, “la Chiesa sacramento di salvezza”, “la missione evangelizzatrice nel mondo di oggi”, “fede e incredulità”, “fede, ecumenismo e dialogo interreligioso”, “fede e vita eterna”, “l’ermeneutica della riforma nella continuità”, “il Catechismo nella cura pastorale ordinaria”(n.6).

 

La chiesa particolare di Gaeta, alla quale mi sento profondamente legato per una serie di impegni pastorali svolti in essa, è impegnata nella fase conclusiva del Sinodo diocesano: un evento di grazia, che va al cuore dei problemi del territorio, proprio partendo dal tema della fede da accogliere, conservare, alimentare, annunciare e trasmetterla.

 

La domenica del Buon Pastore: una doverosa preparazione spirituale

 

Domenica prossima, 21 aprile, come tutti gli anni, nella quarta domenica del Tempo di Pasqua celebreremo nelle nostre comunità la domenica del Buon Pastore. E’ la nostra domenica, cari sacerdoti, è la domenica in cui siamo direttamente chiamati in causa, per modellare il nostro essere pastori su Cristo buon pastore, mite ed umile di cuore, obbediente al Padre, sempre generoso nel servire la causa dei poveri e dei sofferenti nel corpo e nello spirito, alla ricerca della pecorella smarrita e che si offre totalmente per il suo gregge.

 

Il testo del Vangelo di Giovanni è noto a tutti e dice, parlando di Gesù: “11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.  14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv. 10, 11-18).

 

Le azioni principali del pastore buono:

      Dà la vita per le pecore (la dimensione sacrificale del sacerdozio)

      Conosce le pecore (la dimensione pastorale del sacerdozio

      E’ conosciuto dalle pecore (l’autenticità e apertura del sacerdote)

      E’ in relazione con il Padre (la dimensione spirituale del sacerdote)

      Guida le altre pecore che non provengono dal suo ovile (la dimensione direttiva del sacerdote)

      Parla alle pecore che lo ascoltano (la dimensione comunicativa e missionaria del sacerdote)

      Diventano un solo gregge (la dimensione ecclesiologica del sacerdozio)

 

Nell’esortazione post-sinodale del Beato Giovanni Paolo II “Pastores dabo vobis” del 25 marzo 1992, leggiamo, al n.22:  “L’immagine di Gesù Cristo Pastore della Chiesa, suo gregge, riprende e ripropone, con nuove e più suggestive sfumature, gli stessi contenuti di quella di Gesù Cristo Capo e servo. Inverando l’annuncio profetico del Messia Salvatore, cantato gioiosamente dal salmista e dal profeta Ezechiele, Gesù si autopresenta come il « buon Pastore»  non solo di Israele, ma di tutti gli uomini. E la sua vita è ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione della sua «carità pastorale»: sente compassione delle folle, perché sono stanche e sfinite, come pecore senza pastore; cerca le smarrite e le disperse e fa festa per il loro ritrovamento, le raccoglie e le difende, le conosce e le chiama ad una ad una, le conduce ai pascoli erbosi e alle acque tranquille, per loro imbandisce una mensa, nutrendole con la sua stessa vita. Questa vita il buon Pastore offre con la sua morte e risurrezione, come la liturgia romana della Chiesa canta: « È risorto il Pastore buono che ha dato la vita per le sue pecorelle, e per il suo gregge è andato incontro alla morte. Alleluia»….In forza della loro consacrazione, i presbiteri sono configurati a Gesù Buon Pastore e sono chiamati a imitare e a rivivere la sua stessa carità pastorale.

 

Ritorniamo al testo del Vangelo del Buon Pastore

 

Nei primi dieci versetti del Capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, Gesù descrive l’azione del pastore tenendo soprattutto a connotarla come azione protettiva nei confronti delle pecore. La conclusione di questa prima parte del discorso presenta Gesù come “porta” del recinto delle pecore. Alle pecore si accede attraverso Gesù: ogni altra strada è abusiva. Non a caso, Papa Benedetto XVI, nell’indire l’anno della fede con il Motu proprio “Porta Fidei”, scrive testualmente: “La porta della fede (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con il nome di Padre, e si conclude con il passaggio attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui (cfr Gv 17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore” (PF,1).

 

Dal v.11 Gesù va oltre e presenta se stesso come il pastore per eccellenza, il pastore “buono” (in greco kalòs, “bello”, ma nel senso biblico di “pienamente adatto alla sua funzione”).

L’AT conosceva la metafora del Dio-pastore e dei pastori indegni. L’orecchio degli uditori di Gesù era allenato a certe immagini. La novità qui consiste in un movimento di auto spogliazione volontaria, evidenziato dalla ripetizione, per cinque volte, dell’espressione “deporre la propria vita”. Il mistero pasquale di morte e risurrezione (v.18) è però preceduto da un andamento del testo che mira a evidenziare le condizioni e gli scopi che sono sottesi a questa azione di autospogliazione.

Le condizioni sono indicate ai vv.14-15 e hanno a che fare con il conoscere, che biblicamente segnala intimità profonda. Non casualmente il movimento dell’intimità profonda, dell’agape, parte da Gesù verso le pecore ed è modellato dal movimento che dal Padre va a Gesù: l’iniziativa prima è del Padre.

Ogni pecora è tale in quanto è conosciuta. Il suo percorso di autoconsapevolezza sta in questa sempre crescente percezione dell’energia agapica che si sprigiona in lei e che le consente quella vista spirituale inaccessibile al fariseo.

Gli scopi sono indicati al v.16: l’autospogliazione volontaria è per l’unità di tutte le pecore. Ce ne sono altre che attendono. Altre che attendono questa “chiamata”. E’ una chiamata alla sequela (“devo condurre”), all’ascolto (“mi ascolteranno”) e all’unità (“diventeranno un solo gregge e un solo pastore”).

Notazione importante: diventeranno un solo pastore. Il pastore buono, caduto in terra come il chicco di grano, resosi assente dopo la Risurrezione, è presente nel suo gregge. E’ presente nell’attitudine del suo gregge al discepolato, all’ascolto e all’agape fraterna. La relazione tra Gesù e il Padre costituisce il modello di questo movimento di amore che lega Gesù alle pecore. Le pecore da sé non sono in grado di amare. Il maestro dell’agape è Gesù: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli “(1Gv 3,16).

 

Un’immagine nota a tutti quella del pastore

L’immagine di Gesù come Buon Pastore è indubbiamente quella più conosciuta e più amata dai cristiani, una immagine carica di tanti, tanti significati. Eppure è strano che quando Gesù si presenta come tale, come Buon Pastore, i capi giudei si arrabbiano con lui, lo ritengono un pazzo e alla fine cercheranno di lapidarlo.

Penso che sia facile capire la differenza anche in considerazione di quanto sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle, quando siamo buoni con le persone, misericordiosi, capaci di mettere pace e portare gioia nelle situazioni più difficili della nostra vita di ministri di Cristo e della Chiesa.

Vediamo cosa ci dice l’evangelista Giovanni. Anzitutto Gesù si presenta rivendicando la pienezza della condizione divina. Quando nel Vangelo di Giovanni Gesù afferma “Io sono”, questo rappresenta il nome divino. Quando Mosè nel famoso episodio del roveto ardente chiese a quell’entità che si manifestava, il nome, Dio non rispose dando il nome, perché il nome delimita una realtà, ma rispose dando un’attività che lo rende riconoscibile. Rispose “Io sono colui che sono”. E la tradizione ebraica ha sempre interpretato questa espressione, questa risposta del Signore come colui che è sempre vicino al suo popolo.

Al tempo di Gesù, quindi, con l’espressione “Io sono” si indicava Dio. Allora Gesù rivendica la condizione divina. E afferma: “Io sono” – non Il Buon Pastore – ma “il Pastore Buono”. Qual è la differenza?

L’evangelista non sta parlando della bontà di Gesù. Quando l’evangelista si deve riferire alla bontà di Gesù adopera il termine greco “agatos” (Agatos), che significa ‘bontà’. Qui, invece Gesù, dichiara che lui è il Pastore, ed usa il termine greco “kalos”, che significa “bello”, ‘il vero’. Quindi Gesù non sta indicando la sua bontà, ma sta indicando qualcosa di diverso, qualcosa di più importante, sta indicare la verità, l’autenticità. Di conseguenza ci indica la strada della verità e dell’autenticità.

Cosa significa il Pastore Vero?

C’era stata una profezia nel Libro di Ezechiele, al cap. 34, dove il Signore rimproverava i pastori del popolo, perché, anziché prendersi cura del gregge, pensavano soltanto a loro stessi.  E allora, li minaccia il Signore, “verrà un tempo in cui io stesso mi prenderò cura del mio gregge”. Quindi il Signore sarà l’unico vero pastore del popolo.  Ebbene, dichiara Gesù, questo momento è arrivato. Ecco perché questo suscita le ire dei capi religiosi, perché si sentono spodestati da Gesù, che li chiama ladri, si sono impadroniti di ciò che non è loro, il gregge, sono omicidi. Allora, il Pastore, quello vero, quello ‘per eccellenza’ è identificato da Gesù nella sua persona.

E qual è la caratteristica che lo rende riconoscibile come il Pastore Vero?

Dice Gesù che “da la vita per le pecore”. Allora qui Gesù supera la profezia di Ezechiele.

Mentre per il Profeta Ezechiele il pastore proteggeva, si prendeva cura del suo gregge, con Gesù il pastore arriva al punto di dare la vita per le sue pecore, quindi si supera.

Poi Gesù continua la figura del pastore a quello che non considera come un cattivo pastore, ma un mercenario. Chi è il mercenario? Il mercenario è colui che agisce per proprio tornaconto. L’evangelista, lo ricordiamo sempre, in queste pagine non entra in polemica con un mondo, quello ebraico, nel quale la comunità cristiana si è ormai irrimediabilmente separata, distaccata, ma è un monito per la comunità cristiana affinché non ripeta gli stessi errori. Quindi nella comunità cristiana, chi agisce esclusivamente per il proprio interesse, per il proprio tornaconto, per il proprio prestigio, Gesù non gli riconosce nessun titolo, nessuna carica, se non quella di essere il mercenario.

Questa espressione “io sono” viene ripetuta in questo Vangelo, in questo brano, per ben tre volte – il numero tre, secondo la simbologia ebraica, significava ciò che è completo. Quindi Gesù rivendica la pienezza della condizione divina e il suo essere Pastore. Perché Gesù può affermare di essere Pastore? Perché lui è l’Agnello. Solo chi è disposto a dare la vita per gli altri, questi può essere il Pastore del gregge. E, dichiara Gesù, che lui “conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui”. Qual è il significato di questa espressione? C‘è una comunicazione intima, crescente, traboccante d’amore tra Gesù e il suo gregge, cioè tra Gesù e i suoi discepoli, i credenti, che è simile – dice Gesù – a quella del Padre con lui.

“Così come il Padre conosce me, io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. C’è una dinamica di un amore ricevuto da Dio, che si trasforma in amore comunicato agli altri. Più questa misura di amore ricevuto e comunicato è crescente, più si arriva a realizzare un’unica realtà di un Dio che non assorbe le energie degli uomini ma che comunica loro le sue, un Dio che si vuol fondere con l’uomo per dilatarne l’esistenza e farne l’unico vero santuario. Infatti, dichiarerà Gesù tra poco, “Le altre pecore che non provengono da questo recinto… “. Gesù è venuto a liberare le persone, cos’è il recinto? Il recinto è qualcosa che ti da sicurezza, però ti toglie la libertà. Allora Gesù dichiara che lui è venuto a portare un processo di liberazione crescente per l’umanità che non riguarda soltanto le persone che sono rinchiuse nel recinto della religione, ma in tutti quei recinti che impediscono la libertà.

Allora afferma Gesù “Ho altre pecore che non provengono da questo recinto, – lui è venuto a liberare le pecore dal recinto dell’istituzione giudaica – “anche quelle io devo guidare”. Il verbo ‘dovere’ è un verbo tecnico adoperato dagli evangelisti che indica il compimento della volontà divina. Quindi è volontà di Dio un processi di liberazione. La religione ha un fascino perché ti da sicurezza però ti toglie la libertà. Ti da sicurezza perché quando entri nell’ambito della religione devi soltanto obbedire, devi soltanto osservare, ma questo ti mantiene in una condizione infantile, di immaturità; invece Gesù vuole portare la persona alla piena maturità, alla piena crescita.

“Ascolteranno la mia voce”, la voce del Signore non si impone mai, ma si propone. Come si fa a distinguere la voce del Signore? Mentre le autorità religiose, siccome sono le prime a non credere nel loro messaggio, lo devono imporre, Gesù, che è cosciente che il suo messaggio è la risposta di Dio al bisogno di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro, gli basta offrirlo, e le pecore, il gregge, i credenti, questo lo capiscono.

“E diventeranno un gregge e un pastore”. In passato, per un errore proprio di traduzione, per aver confuso il termine ‘recinto’, ‘ovile’, probabilmente ad opera di S. Girolamo, la traduzione latina era “un solo ovile e un solo pastore”. Di qui la pretesa della Chiesa per secoli, per tanti e tanti secoli, fino al Concilio Vaticano II, di essere l’unico ovile nel quale c’era la salvezza. Da qui lo slogan ‘fuori dalla Chiesa non c’è salvezza’.

Gesù non è venuto a togliere le persone e le pecore dall’ovile, Israele, per rinchiuderle in un altro recinto più sacro, più bello. No! Gesù è venuto a dare la piena libertà: Un gregge, un Pastore. Cosa vuol dire Gesù? L’unico vero santuario nel quale da ora in poi si manifesterà la grandezza e lo splendore dell’amore di Dio, sarà Gesù e la sua comunità. Mentre nell’antico santuario le persone dovevano andare e molte ne erano escluse, nel nuovo santuario, è il santuario stesso che andrà in cerca degli esclusi dalla religione.

 

La vita spirituale del pastore buono (Pastores dabo vobis, n.21)

Mediante la consacrazione sacramentale, il sacerdote è configurato a Gesù Cristo in quanto Capo e Pastore della Chiesa e riceve in dono un « potere spirituale » che è partecipazione all’autorità con la quale Gesù Cristo mediante il suo Spirito guida la Chiesa.

Grazie a questa consacrazione operata dallo Spirito nell’effusione sacramentale dell’Ordine, la vita spirituale del sacerdote viene improntata, plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti che sono propri di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa e che si compendiano nella sua carità pastorale.

Gesù Cristo è Capo della Chiesa, suo Corpo. È «Capo» nel senso nuovo e originale dell’essere servo, secondo le sue stesse parole: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti ». Il servizio di Gesù giunge a pienezza con la morte in croce, ossia con il dono totale di sé, nell’umiltà e nell’amore: « Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce… ». L’autorità di Gesù Cristo Capo coincide dunque con il suo servizio, con il suo dono, con la sua dedizione totale, umile e amorosa nei riguardi della Chiesa. E questo in perfetta obbedienza al Padre: egli è l’unico vero Servo sofferente del Signore, insieme Sacerdote e Vittima.

Da questo preciso tipo di autorità, ossia dal servizio verso la Chiesa, viene animata e vivificata l’esistenza spirituale di ogni sacerdote, proprio come esigenza della sua configurazione a Gesù Cristo Capo e servo della Chiesa. Così Sant’Agostino ammoniva un vescovo nel giorno della sua ordinazione: « Chi è capo del popolo deve per prima cosa rendersi conto che egli è il servo di molti. E non disdegni di esserlo, ripeto, non disdegni di essere il servo di molti, poiché non disdegnò di farsi nostro servo il Signore dei signori ».

La vita spirituale dei ministri del Nuovo Testamento dovrà essere improntata, dunque, a questo essenziale atteggiamento di servizio al popolo di Dio, scevro da ogni presunzione e da ogni desiderio di « spadroneggiare » sul gregge affidato. Un servizio fatto di buon animo, secondo Dio e volentieri: in questo modo i ministri, gli « anziani » della comunità, cioè i presbiteri, potranno essere « modello » del gregge, che, a sua volta, è chiamato ad assumere nei confronti del mondo intero questo atteggiamento sacerdotale di servizio alla pienezza della vita dell’uomo e alla sua liberazione integrale.

 

Conclusione

Ogni aspetto della formazione sacerdotale può essere riferito a Maria come alla persona umana che più di ogni altra ha corrisposto alla vocazione di Dio, che si è fatta serva e discepola della Parola sino a concepire nel suo cuore e nella sua carne il Verbo fatto uomo per donarlo all’umanità, che è stata chiamata all’educazione dell’unico ed eterno sacerdote fattosi docile e sottomesso alla sua autorità materna. Con il suo esempio e la sua intercessione, la Vergine Santissima continua a vigilare sullo sviluppo delle vocazioni e della vita sacerdotale nella Chiesa.

Per questo noi sacerdoti siamo chiamati a crescere in una solida e tenera devozione alla Vergine Maria, testimoniandola con l’imitazione delle sue virtù e con la preghiera frequente.

 

Preghiera a Maria Madre ed educatrice dei sacerdoti

 

Madre di Gesù Cristo e Madre dei sacerdoti,

ricevi questo titolo che noi tributiamo a te

per celebrare la tua maternità

e contemplare presso di te il Sacerdozio

del tuo Figlio e dei tuoi figli,

Santa Genitrice di Dio.

 

Madre di Cristo,

al Messia Sacerdote hai dato il corpo di carne

per l’unzione del Santo Spirito

a salvezza dei poveri e contriti di cuore,

custodisci nel tuo cuore e nella Chiesa i sacerdoti,

Madre del Salvatore.

 

Madre della fede,

hai accompagnato al tempio il Figlio dell’uomo,

 compimento delle promesse date ai Padri,

consegna al Padre per la sua gloria

 i sacerdoti del Figlio tuo,

Arca dell’Alleanza.

 

Madre della Chiesa,

tra i discepoli nel Cenacolo pregavi lo Spirito

per il Popolo nuovo ed i suoi Pastori,

ottieni all’ordine dei presbiteri

la pienezza dei doni,

Regina degli Apostoli.

 

Madre di Gesù Cristo,

eri con Lui agli inizi della sua vita

e della sua missione,

lo hai cercato Maestro tra la folla,

lo hai assistito innalzato da terra,

consumato per il sacrificio unico eterno,

e avevi Giovanni vicino, tuo figlio,

accogli fin dall’inizio i chiamati,

proteggi la loro crescita,

accompagna nella vita e nel ministero

i tuoi figli,

Madre dei sacerdoti.

 

Amen!

APPENDICE – FRASI DI SAN BENEDETTO E SU SAN BENEDETTO

E’ noto che sono quattro le specie dei monaci. La prima è dei Cenobiti, cioè monasteriali, militanti sotto una Regola o un Abbate. Siegue la seconda, degli Anacoreti, cioè Eremiti; che non per recente fervore di conversione, ma per lunga pruova di monastero, di già istruiti dal conforto di altri molti, appresero a combattere contro il Diavolo; e ben muniti escono dal domestico combattimento alla singolare tenzone dell’eremo, di già sicuri, bastano, con l’ajuto di Dio, senza l’altrui consolazione, con la sola mano o il braccio, a pugnare contro i vizii della carne dei pensieri.

 

“Parlare ed insegnare spetta al maestro, tacere ed ascoltare si addice al discepolo”.

 

“Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l’ignavia della disobbedienza”.

 

“Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell’obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore”.

 

Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere, affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta.

Dalle catechesi di Papa Benedetto XVI su San Benedetto

 

C’è un aspetto tipico della sua spiritualità, che quest’oggi vorrei particolarmente sottolineare. Benedetto non fondò un’istituzione monastica finalizzata principalmente all’evangelizzazione dei popoli barbari, come altri grandi monaci missionari dell’epoca, ma indicò ai suoi seguaci come scopo fondamentale, anzi unico, dell’esistenza la ricerca di Dio: “Quaerere Deum”. Egli sapeva, però, che quando il credente entra in relazione profonda con Dio non può accontentarsi di vivere in modo mediocre all’insegna di un’etica minimalistica e di una religiosità superficiale. Si comprende, in questa luce, allora meglio l’espressione che Benedetto trasse da san Cipriano e che sintetizza nella sua Regola (IV, 21) il programma di vita dei monaci: “Nihil amori Christi praeponere”, “Niente anteporre all’amore di Cristo”. In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano e diventata una vera urgenza pastorale in questa nostra epoca in cui si avverte il bisogno di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali.

LA MEDITAZIONE DI PADRE RUNGI PER IL RITIRO SPIRITUALE DEL CLEROultima modifica: 2013-04-18T22:27:08+00:00da pace2005
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