Fede e speranza. Due meditazioni di padre Rungi

RITIRO SPIRITUALE – SUORE GESU’ REDENTORE

MONDRAGONE – GIOVEDI’ 25 APRILE 2013

PRIMA MEDITAZIONE: MATTINO

<<FEDE E SPERANZA: UN CAMMINO DI FEDELTA’>>

di padre Antonio Rungi, passionista

 

1.Introduzione

 

Questo è il settimo incontro di spiritualità in questo anno della fede che è a metà percorso. Il tema che abbiamo indicato e scelto per questo nostro ritiro spirituale è “Fede e speranza: un cammino di fedeltà”.

Nel giorno in cui celebriamo la festa di San Marco Evangelista siamo chiamati anche noi a rivitalizzare la fede e la speranza alla luce della parola di Dio che ci sostiene nel nostro cammino di credenti e di anime consacrate.

La fede significa essere fedeli a Dio, perché Dio è fedele all’uomo fino a dare la vita, in Cristo, per la salvezza dell’uomo. La speranza da parte sua è anche fedeltà e certezza di una promessa che si compirà e si realizzerà, perché Dio non può ingannare, né di fatto inganna.

La fedeltà è un valore importantissimo a tutti i livelli: da quello prettamente teologico e spirituale a quello morale e comportamentale. Da quello attinente allo stato della vita consacrata a quello della vita coniugale. Ma quale fedeltà viviamo?

Il santo Padre Benedetto XVI in un suo discorso ha fatto l’elogio della fedeltà. Egli sottolinea come oggi più che mai c’è bisogno di questo valore che la società attuale ha smarrito. Viene esaltata molto l’attitudine al cambiamento, la flessibilità per motivi economici e organizzativi anche legittimi. Ma – continua il Papa – la qualità di una relazione umana si vede dalla fedeltà! La Sacra Scrittura ci mostra che Dio è fedele (cf Benedetto XVI, 25 giugno 2011).

 

2.La Fede-speranza

 

         Nell’A.T. la Fede appare come la risposta dell’uomo a Javhè, Dio dell’Alleanza, il Dio che si rivela fedele nei suoi interventi storici salvifici, nella sua Parola e promessa; soltanto da Javhè viene quella Salvezza che l’uomo riceve nella Fede.

Tutti i testi biblici: o presuppongono la Fede religiosa in Javhè , ho tendono a suscitarla, confermarla, approfondirla. Solo nell’atteggiamento di Fede si può cogliere l’intima comunione tra  Javhè e l’uomo, i due attori della storia salvifica.

        Javhè è un Dio verso l’uomo, con fedeltà-misericordia

        L’uomo è un uomo da Dio e verso Dio.

Nella Fede questa relazione-comunione con Dio, da Lui offerta per sua graziosa iniziativa, viene riconosciuta, afferrata, accolta. La Fede implica trovare sicurezza sulle questioni decisive della vita.

La Fede importa obbligazione ad un determinato modo di vivere, in fedele obbedienza al Dio della Fede.

L’atto di Fede viene espresso prevalentemente mediante la forma verbale <poggiarsi su, appoggiarsi a, rendersi saldi appoggiandosi sulla saldezza di un altro>.

Aver Fede in Javhè , significa poggiarsi su Dio, la sua Parola. L’uomo, il debole diventa forte appoggiandosi su Dio, il Forte; sottolinea il rapporto personale dell’uomo a Dio, cioè l’atteggiamento di fiducia e d’abbandono a Lui.

Credere a Dio, allora vuol dire prendere sul serio e veramente Dio come Dio.

Per esplicitare meglio l’atteggiamento  di Fede,  accogliamo il suggerimento del Card. Martini «La fede è un bene così grande che è più facile spiegarla con esempi che con parole”.

Essa è l’atteggiamento di Abramo che risponde “eccomi” al Signore che lo chiama per metterlo ala prova (Gen 22,1). E’ l’atteggiamento di Mosè che risponde “eccomi” a colui che lo chiama dal roveto ardente (Es 3,4). E’ l’atteggiamento di Samuele che dice “Eccomi” al Dio che lo chiama nella notte (Sam 3,4.10) »

Esaminiamo più in particolare questi casi significativi: l’AT incomincia a parlare di fede riferendosi al modello di Abramo, Gen 12, 4 “Allora Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore…”; 15, 6: “Abramo credette al Signore[che gli assicurava una discendenza], che glielo accreditò come giustizia”; 22, 18: “Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

Conosciamo le circostanze della fede di Abramo: Dio si manifesta al nomade Abramo (la sua famiglia non sembra monoteista: cf Giosuè 24, 2-3; Giuditta 5, 6-9) chiedendogli di lasciare il suo paese, patria, la casa di suo padre, e mettersi in marcia verso un paese ignoto, una terra promessa; Abramo dà fiducia alla Parola  divina, ubbidisce, crede nel suo adempimento.

Credendo a Dio, Abramo prese l’atteggiamento giusto, quello che si confà all’uomo davanti a Dio, alla sua Parola; credette che niente è impossibile a Dio (Gen 18,14). Se la storia della salvezza incomincia con Abramo, già la “preistoria teologica dell’umanità” (Gen 1-11) descrive comportamenti esemplari di Fede: Abele, Henoch, Noè; anzi la storia teologica dell’uomo richiedeva sin dal suo inizio un atto di Fede-obbedienza: ob-audio = dare ascolto a, ubbidire.

Il comportamento disastroso di Adamo fu invece il non-ascoltare, disobbedire (Rom 5,19).

La storia dell’Alleanza conosce un suo momento decisivo nella Fede di Mosè (Es 3-4), il suo rendersi disponibile al dialogo con Javhè, il suo fidarsi ed obbedire; anche il popolo credette a Javhè , accettò come reale la manifestazione di Javhè a Mosè, si fidò della sua promessa e ubbidì iniziando l’esodo, attraversando il Mar rosso. Si mise in cammino verso la terra promessa, accogliendo la rivelazione del Sinai, divenendo il Popolo sacerdotale, il popolo che inizia ad avere il senso del Vero Dio, lo dimostra con l’osservanza dei comandamenti. Durante la marcia nel deserto, rifiutarono più volte di fidarsi di Dio, dimenticarono le opere salvifiche già realizzate, si ribellarono: per questo caddero nel deserto, senza raggiungere la terra promessa.

Anche il passaggio delicato tra la struttura tribale, dei Giudici di Israele, a quella del Regno è realizzata dall’obbedienza esemplare del giovane Samuele, al servizio e scuola di Eli nel tempio di Silo.

Tutta la storia del Popolo dell’alleanza è segnata dall’obbedienza della Fede e dalla ribellione; ricordiamo l’invito di Isaia (7,9) al re Achaz, durante l’assedio del 730 a.C.: 7, 7-9: “Se non avrete Fede, non starete saldi” cioè: “Se non vi appoggerete a Javhè, non avrete alcun sostegno”. Così pure Is 26,16: “Chi se ne fida, non vacillerà”; Is 10,20: “In quei giorni il resto di Israele, …i superstiti… si appoggiarono sul Signore, sul Santo di Israele, con lealtà”.

Notiamo come l’aspetto fiduciale della Fede, il fidarsi del Signore, tende ad identificarsi con la terminologia della speranza: sentirsi sicuri della fedeltà di chi promette, confidare, trovare riparo,  perseverare con pazienza.

Si tratta di novità: nel paganesimo è sconosciuta la speranza religiosa. Si può trovare la stessa terminologia di attesa, fiducia, manca la persona divina che entri nella storia dell’uomo, ogni uomo, tutti gli uomini, prometta comunione con sé, i beni corrispondenti. Israele è frutto della promessa di Javhè, Dio dell’Alleanza, e Signore, creatore di tutto, capace di realizzare ciò che promette.

Troviamo espressioni significative, per es: “Tu sei la mia speranza” del Sal. 70 (71), 5;  “Tu speranza di Israele” di Ger 14, 8 sono proprie della religiosità ebraica.

Determinante per la conservazione della genuina speranza è stata la lotta dei grandi Profeti contro i falsi miraggi di salvezza, fatti di alleanze politiche, di comportamenti pagani.

In tante lotte e pericoli Israele è sempre stato invitato a riporre ogni sua speranza in Javhè : “Da Lui la mia speranza”: Sal 61 (62), 6.

         Quando il futuro sembra chiudersi, Osea, Geremia ed Ezechiele annunciano la prospettiva di un nuovo inizio: Os 2; Ger 31, 31-34; Ez 36-37: la nuova alleanza.

         Data la fedeltà di Dio, l’uomo non sarà deluso dall’attesa suscitata dalla sua parola di promessa. Alla ferma fiducia nell’attesa della salvezza, si accompagna la sottomissione al sovrano governo di Javhè . La speranza diviene un’attesa carica di tensione, serena, attiva, con forza rinnovata:

         “Quanti sperano in Javhè riacquistano forza, crescono loro ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

         La speranza si esprime in una perseveranza virile e coraggiosa: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore, spera nel Signore” (Sal 26 (27), 14).

Osservata questa stretta connessione tra la fede e la speranza, possiamo porci la domanda: la fede vetero-testamentaria è solo “fiduciale” o, insieme, anche “confessionale”?

Non è solo fiduciale, perché ci si fida, riconoscendo i titoli, le qualità divine cui è dovuta fiducia, per es. Is 43,10-11: “Voi siete i miei testimoni… perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che Io Sono. Prima di me non fu formato alcun Dio, né dopo ce ne sarà: Io, Io sono il Signore, e fuori di me non c’è salvatore”.

Viene posto in risalto nella confessione di Fede che Javhè è l’unico Dio, soltanto Lui ha salvato con opere continue, soltanto in Lui si può avere fiducia.

Specialmente i libri sapienziali sviluppano la conoscenza-confessione di Javhè , del suo progetto di salvezza; la Parola Verità, oltre l’aspetto più arcaico di fedeltà, assume il significato proprio di svelamento, rivelazione del Dio santo, Creatore sapiente, Salvatore; questa Verità si manifesta nel suo sapiente progetto di vita per l’uomo, il suo Mistero che svela e realizza nella storia (Sap. 7, 22-26).

         La fede include infatti l’idea di verità, di stabilità, di fondamento inconcusso, di terreno solido, come pure i significati di fedeltà, di confidenza, di avere fiducia, di attenersi a qualcosa, di credere in qualche cosa. La fede in Dio assume allora l’aspetto d’un mantenersi uniti a Dio, tramite cui l’uomo acquista un solido appoggio per la sua vita.

         La fede ci viene così descritta come una presa di posizione, come un fiducioso piantarsi sul terreno della parola di Dio.

L’atteggiamento assunto dalla fede cristiana si esprime nella particella “amen”, in cui si intrecciano i seguenti significati: fiducia, abbandono, fedeltà, stabilità, inamovibilità, fermezza, verità. Vuol dire che ciò su cui l’uomo in definitive intende reggersi trovando un senso alla sua esistenza, può essere unicamente la verità stessa. Soltanto la verità, infatti, costituisce la base portante adeguata al solido stare dell’uomo. L’atto di fede cristiano include quindi sostanzialmente la convinzione che il fondamento significativo, il “logos” sul quale ci collochiamo, è proprio in quanto senso del reale la stessa verità. Un senso che se non fosse al contempo anche verità, sarebbe un non senso. L’amalgama inseparabile formato da senso, fondamento, verità, che si esprime tanto nel termine ebraico “amen” quanto in quello di “logos”, abbozza contemporaneamente un completo quadro del mondo.»

 

3.La speranza nel Nuovo Testamento: Vangeli

 

Cristo Gesù annuncia il Regno di Dio, che con Lui si affaccia nella storia dell’uomo: «Il tempo è compiuto, ed il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Porta i segni dell’arrivo  del Regno di Dio, con il perdono dei peccati, guarigioni degli spiriti oppressi, guarigione dei corpi.

     Il Regno di Dio si riassume in Cristo stesso, che sulla Croce ha vissuto l’abbandono fiducioso al Padre, portando con misericordia il peso di tutta la miseria umana, atto di abbandono assoluto, filiale nell’amore e potenza del Padre, ricevendo la grazia della piena comunione di vita con Dio nella risurrezione, da offrire a tutti gli uomini (Eb 6,11s. 19s. 10,19-24; 12,1-3). La Morte–Risurrezione di Gesù è evento compimento, ephapax, realizzato una volta sola per la salvezza di tutti, in tutti i tempi e luoghi; porta già i suoi frutti di iniziale risurrezione, vita nuova in fede e carità, nei tempi della Chiesa, nell’attesa della pienezza che realizzerà il Crocifisso-risorto nel suo avvento glorioso, Risurrezione dei corpi in terra nuova e cieli nuovi.

    La fede in Cristo richiede un atteggiamento d’attesa vigilante, attiva e paziente, di cui ci parlano i Sinottici, come Matteo nei cap. 24-25: il discorso escatologico del manifestarsi glorioso del Signore Gesù, l’attesa delle vergini savie e stolte, la parabola dei talenti, il giudizio finale. Giovanni parla di questa attesa propria dei tempi della Chiesa, nei discorsi dell’ultima Cena, nella finale del cap. 21. Ma tutto il libro dell’Apocalisse è scritto per sostenere il cammino travagliato della Chiesa, nella certezza che la sua Liturgia terrena è per identità quella celeste (1,10-4,1), che si svolge intorno al trono-altare di Dio e dell’Agnello immolato e glorioso, nell’attesa ardente del discendere dal Cielo della Gerusalemme celeste, la cui luce è direttamente quella di Dio e dell’Agnello: «il Signore Dio e l’Agnello sono il suo tempio [….] la Gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (21,22s), nell’invocazione: «vieni Signore Gesù» (22,20).

    Atti, Paolo, Pietro ed Ebrei, 1 Gv 3,3, esprimono quest’atteggiamento di vigilanza, d’attesa fiduciosa, fedele ed operosa, riprendendo la terminologia vetero-testamentaria della speranza.

    

4.La speranza in S. Paolo

 

         Con la Croce-risurrezione di Gesù, sorge la speranza cristiana, fondata sull’evento salvifico definitivo già compiuto, e che insieme porterà tutti i suoi frutti nel manifestarsi glorioso del Signore. La speranza non conosce limiti, perché fondata nell’evento della Morte-Risurrezione di Gesù, vittoria su ogni male, esodo perfetto di comunione salvifica al Padre nello Spirito Santo.

    In Cristo tutte le promesse di Dio sono diventate sì, egli è l’Amen assoluto di Dio (cf 2 Cor 1, 20). Il Cristiano, a differenza del pagano, è colui che ha speranza, anche di fronte alla morte (1Ts 4, 13). Osserva Benedetto XVI  nella SpS, n 3: «Gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano “senza Dio nel mondo” (2,12). Giungere a conoscere Dio – il vero Dio questo significa ricevere speranza». Continua la SpS n 4: «Ciò che Gesù, egli stesso morto in croce aveva portato, era qualcosa di totalmente diverso: l’incontro col Signore di tutti i Signori, l’incontro col Dio vivente, e così l’incontro con una speranza che era più forte  delle sofferenze, della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita ed il mondo [….] Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportavano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell’unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati,  si erano abbeverati dello stesso Spirito, e ricevevano insieme, uno accanto all’altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro.»

     I pagani erano senza speranza, perché senza Dio; la religione mitica aveva perso credibilità con lo sviluppo della ragione greca, si era sclerotizzata in riti ripetuti  senza convinzione solo in vista di una finalità politica. Il Divino veniva riconosciuto nelle forze di un cosmo-dio, che rendeva l’uomo schiavo dei suoi determinismi, ma non era un Dio che  si potesse pregare, un Dio che si prende cura dell’uomo, di ogni uomo.   Questo si è realizzato in Cristo Gesù, nella sua Croce risurrezione, che già ora offre nello Spirito Santo i suoi doni (grazia, giustificazione, virtù…..) nell’attesa di pienamente immergere l’uomo nella Gloria della sua Risurrezione.

         “Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti se uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.” ( Rm 8, 24 s).

         Tale speranza è fondata sull’amore manifestato nella Pasqua di Cristo:

         “Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci darà ogni cosa insieme con Lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Proprio come sta scritto:

<Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello>.

Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati ,né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.” (Rm 8, 31-39).

 

         Quest’amore è stato inoltre infuso nei cuori per lo Spirito Santo (cf Rm 5,1-5). Esso è il dono escatologico del Risorto, che suscita nel credente la fiducia filiale, fa balbettare il nome di “Abba, Padre” (Rm 8, 15; Gal 4, 5-7). Mediante lo Spirito l’uomo riceve la comunione di vita con Cristo, come anticipazione della partecipazione futura alla Gloria piena del Risorto .

         Giustificazione nella fede vuol dire salvezza nella speranza, perché la presenza dello Spirito Santo è nel credente garanzia della risurrezione futura, come dono vitale, già concesso, della carità:

         “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo, e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.

         E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5, 1-5).

         Cosa spera il credente?: la salvezza (1Ts 5, 8), la risurrezione del corpo (1Cor 15), la Gloria (Col 1, 27), la visione di Dio e la somiglianza con Lui (1Gv 3, 2): in una sola parola, la Vita eterna. (Gv 6,54; 20, 31)

    

5.Conclusione

        

Leggiamo in Ef 4, 1-6: “Vi esorto dunque io, prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione.”

         L’unità della Chiesa, che proviene dall’unico Dio, mediante l’unico Signore Gesù Cristo, nell’unico Spirito, si esprime nella professione della stessa fede, si realizza nel vincolo dell’amore fraterno (vivendo secondo la verità nella carità: Ef 4, 15), concretamente in una sola, comune speranza, quella della nostra vocazione.  Cioè per l’unità della Chiesa risulta necessario che ciascuno speri per sé e tutti, che tutti abbiamo la comune speranza della salvezza.

         La speranza cristiana, per tutti, appartiene alla stessa unità della Chiesa; ed ha lo stesso fondamento Trinitario e sacramentale come l’unità stessa della Chiesa. Siamo uniti da una stessa speranza, in forza della quale camminiamo con pazienza, in mezzo alle prove, verso gli stessi beni promessi.

         Siamo invitati da Ebrei 10, 23 a mantenere “senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso”.

         La comune speranza è quindi oggetto di pubblica professione, inoltre il cristiano deve essere pronto a “rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15).

         Risulta essenziale alla vita della comunità che ciascuno non speri solo per se stesso, ma che la speranza, andando al di là del mio futuro esclusivo di salvezza, sappia estendersi a tutti. Questa estensione a tutti è strettamente connessa con il comandamento della carità, che pur conoscendo gradualità (fratelli nella fede, famiglia, amici) deve essere esteso anche agli stessi nemici (cf Lc 6, 27).

         Questo amore-speranza universale risulta fondato in ultima istanza sulla redenzione di Cristo, che viene offerta a tutti:

         “Dio nostro salvatore[…] vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità: uno solo infatti è Dio ed uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti.” ( 1Tm 2, 4-5).

         Su questo fondamento Paolo invita il discepolo vescovo a fare preghiere, domande, suppliche, ringraziamenti per tutti gli uomini (1 Tm 2, 1s). L’impegno ascetico-pastorale, la fatica e il combattimento spirituale che comporta, risulta fondato “perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono.” (4,10).

         “E’ apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, in attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.” ( Tt 2, 11-13). »(SpS n 14).

         La stessa ampiezza di universale salvezza è inculcata anche in Colossesi ed Efesini, ove si contempla il progetto di Dio, che in Cristo viene offerto a tutti: Cristo primogenito, primizia, principio, pienezza, capo; l’umanità partecipa solidalmente al destino glorioso di Cristo, che include in sé tutta l’umanità.  Si inaugura l’era della salvezza piena e definitiva, che discende, risanandole, sino alle infette radici adamiche (Rm 5,12-21). Cristo è in realtà disceso negli <inferi>.

         Anche la 2 Pt 3, 9 ammonisce: “Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca,  ma che tutti abbiano modo di pentirsi”.

         Questa offerta di salvezza a tutti, per cui dobbiamo sperare di tutti, richiede in ciascuno l’accoglienza personale; la storia della salvezza è sempre un dramma di libertà responsabile:

         “Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 7, 21).

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli [….] Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco, zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno” (Mt 18, 3-8).

 

 

 

 

 

RITIRO SPIRITUALE – SUORE GESU’ REDENTORE

MONDRAGONE – GIOVEDI’ 25 APRILE 2013

SECONDA MEDITAZIONE: POMERIGGIO

<<FEDE E SPERANZA: UN CAMMINO DI FEDELTA’>>

di padre Antonio Rungi, passionista

 

Questa seconda meditazione della giornata di ritiro, sarà dedicata al tema della speranza nella vita di Madre Victorine Le Dieu. Come tutti  santi che hanno una fede grande e una carità operosa, così anche per la fondatrice delle Suore di Gesù Redentore, la speranza cristiana non manca, né è priva di quei riferimenti biblici e teologici su cui è stata alimentata con la preghiera nel corso della sua intera esistenza. Victorine Le Dieu è stata una donna grande attese e speranza, di grande fiducia ed abbandono alla volontà del Signore. Tutto quello che ha chiesto il Signore le ha concesso, dopo il superamento di tante difficoltà ed ostacoli da parte di tutti.

In questa prospettiva di donna di speranza, fortemente ancorata ad una fede incrollabile su Dio e sul mistero dell’umana redenzione, centro della sua spiritualità e del suo carisma, Victorine è un esempio per tutti: laici, soprattutto madre di famiglia e donne di qualsiasi ambiente culturale; per religiose che spesso non hanno grandi attese e speranze nella vita; per sacerdoti, frequentemente chiusi in una visione pessimistica della vita e della società. Lei parla il linguggio della speranza che intendo sottolineare in questa mia riflessione pomeridiana.

La speranza è intimamente e strettamente congiunta con la fede (Ebr 11,1). «Infatti ciò che forma l’oggetto della fede, la potenza di Dio che in Cristo opera la salvezza del mondo, è nello stesso tempo il motivo della nostra speranza; chi si incammina nella fede non può far a meno della speranza (Tt 1,1)» (F.X. Durrwell). I battezzati sono dei credenti e sono degli uomini che sperano in Cristo (1 Cor 15,18).

La speranza per Victorine, come per tutti i cristiani, ma in grado superiore all’agire comune, sgorga dalla sua fede intensa e gli dà coraggio nei suoi ardimenti, nelle sue imprese e nelle sue prove. Alle sue figlie oppresse dalle fatiche raccomanda di alzare gli occhi al cielo e ringraziare sempre il buon Dio, essendo di passaggio in questa terra e diretti verso la gloria del cielo. Ecco un suo tipico modo di pensare e di ragionare. La sua mente non si fissa nel passato, non si chiude nell’attimo presente, si protende, come per istinto, verso le realtà ultime. Tutte le umiliazioni subite soprattutto nell’abito ecclesiastico non smontano nel suo cuore la capacità di guardare avanti e soprattutto di andare avanti, senza mai fermarsi. La sua vita quotidiana evidenzia questo dinamismo interiore, improntato alla speranza, che non si ferma davanti ai problemi di tutti i giorni, ma anche davanti a quelli più seri e consistenti. Passare da una città all’altra per seguire il padre e lasciare le sue abitudini, le sue amicizie.

Scrive nel suo diario spirituale: “Ma perché affliggermi? Perderò l’amicizia, questo bene così prezioso che consola le anime? No, il sento nel mio cuore che si accresce di metà e che l’assenza ancora ne raddoppia le fiamme. Ah, guai al cuore freddo, che sopporta senza dolore la partenza di un amico, o la sua perdita sicura… Perché, per chi sa sentire o comprendere la pena, doloroso ricordo è ancora una felicità”. Sempre su questo tema, in una nota autobiografica, dichiara senza peli sulla lingua: “Mezzo secolo quasi di prove delicate, dolorose e anche terribili, oltre a crudeli delusioni mi hanno dato una larga esperienza e hanno rafforzato le mie convinzioni”.

La sua speranza è aperta alla possibilità di avere anche un buon numero di persone che seguiranno lei, ma soprattutto il Signore, artefice primo della sua opera: “Se a Lui piacerà –scrive – si troveranno anime che mi seguiranno in questa vita, perché ce ne sono di quelle che, come me, hanno subito lunghe prove nel mondo. Poi quando giungerà per esse un’era di calma e di libertà e quando, nel chiedere asilo in qualche porto religioso ne saranno tenute lontane dai principi severi di una regola ormai vecchia”.

Senza anelito verso l’eterno non c’è speranza. Il pensiero del paradiso, motivo di speranza, è una dominante della sua vita, dei suoi scritti biografici. Scrive infatti sul tema della formazione alla vita cristiana dei ragazzi: “Bisogna che i ragazzi ci siamo debitori della vita eterna più che della vita del corpo e dell’intelligenza e che ci dimostriamo vere madri con le cure e con gli esempi, che non ci stanchiamo in questo lavoro delicato e faticoso”. Ed aggiunge: “la menzogna e la vanità hanno viziato l’aria che questi poveri esseri respirano fin dalla culla. Solo la carità divina può preservarli o strapparli dalla corruzione”.

La speranza, pur conoscendo il “già” della salvezza, non trascura il “non ancora”; non ignora i rischi e le difficoltà, che incontra l’uomo decaduto incline al male, che vive e fa la storia; gli infonde perciò la certezza soprannaturale della presenza e dell’aiuto onnipotente del Risorto e del suo Spirito. L’intelligenza della fede, che porta Victorine ad aprirsi con lucidità sul male del mondo da curare e prevenire e sulle immense possibilità di bene da far crescere, stimolava potentemente il dinamismo della sua speranza e lo lanciava all’azione.  Tutto da Dio e da Cristo, «nostra speranza» (1Tim 1,1), nostro Salvatore.

La speranza è un atteggiamento onnipresente nella vita di Victorine, quanto la fede e la carità. La speranza è l’attesa dei beni futuri, lo slancio verso il possesso di Dio, la certezza del Dio «davanti a sé»; e, inseparabilmente, la confidenza illimitata nella potenza soccorritrice del Padre, di Gesù. È la voce di coraggio dello Spirito Santo, che la lancia in imprese ardimentose, inedite, non esenti da rischi. La Scrittura insegna che la speranza, anche se alata, non va esente da oscurità e tentazioni, non è sempre trionfante; comporta lotta, combattimento, prova. Anche da questo punto di vista Victorine si rivela grande nella speranza, perché capace di «sperare contro ogni speranza» e di tentare l’umanamente impossibile confidando nella forza di Dio.

Ormai 50enne, scriveva ad una sua amica, che voleva sapere di lei e che  Victorine non vedeva da moltissimi anni, e alla quale parlava della sua trasformazione fisica, frutto degli anni che erano passati, ma sottolineava un aspetto importante della sua vita interiore: “Del mio spirito il vigore è estremo, lo stesso fuoco brilla ancora nei miei occhi. Il mio cuore, ardente della più nobile fiamma, non ha perduto il minimo ricordo e nei suoi desideri, senza tregua, ancora l’anima mia aspira al giorno che non deve finire. Nel camminare tenendo di mira il mio desiderio come tutto è lungo… quando spesso fa buio… quanti dolori hanno disseminato la mia vita! A volte anche si indebolisce la mia speranza… il mio cuore si sprofonda e poi si rialza. S’, la felicità fuggendo dice addio, io mi consolo, e la strada giunge al termine credendo che infine si trova tutto in Dio”

 

Ripeteva spesso: «Posso tutto in Colui che mi conforta» (Fil 4,13). La frase di S. Paolo: «Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili con la gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18) è un suo motivo ricorrente. Ripetiamo ancora che la sua speranza era ferma e incrollabile, perché ancorata al “già” della Pasqua del Signore, della Pentecoste, della realtà della Chiesa, dei sacramenti, delle primizie dello Spirito Santo, che ci sono date in germe, ragione non ultima della sua instancabile attività.

 

Tra i frutti più belli della speranza nella vita di Victorine ricordiamo: la “gioia” prorompente, insita nella certezza del “già” della fede; la “pazienza” inalterabile nelle prove, legata alle esigenze del “non ancora”; la sua sensibilità pedagogica, nella quale hanno grande parte la fiducia nelle risorse positive della personalità giovanile, la magnanimità, l’avvedutezza, la santa furbizia, virtù tipiche di chi crede e spera fermamente che il suo futuro «non delude».

 

In una parola come in cento, quando esortava le sue figlie spirituali più vicine spiritualmente e pastoralmente a lei a «lavorare con speranza», Victorine le invitava a guardare al paradiso per il quale siamo fatti; a confidare nell’aiuto onnipotente del Padre celeste e di Maria; ma, nello stesso tempo, ad impegnarsi a fondo per combattere i germi del male che infestano il mondo, e a sviluppare, ottimisticamente, quelli del bene, per costruire un avvenire migliore per la Chiesa ed il mondo. Questo significava per lei «lavorare con speranza».

Molto importanti le sue ultime parole dette prima di morire. Il suo testamento spirituale lo troviamo sintetizzate in parole di perdono, speranza, fiducia totale nella misericordia di Dio: “Io perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male e perdono di cuore le vostre debolezze. Vi raccomando i bambini, amateli, curateli. Io non vi abbandonerò, veglierò su di voi e vi avviserò di ogni cosa. Siate sicure che l’opera crescerà. Quello che non ho potuto fare per voi su questa terra, lo faò nel cielo. Vi raccomando la pace, la gravità religiosa, l’umiltà, la semplicità, la verità. Non piangete, io sarò sempre vicino a voi. Vi ringrazio di quello che avete fatto per me. Vedete? Come il tempo passa. Oh come sono contenta di morire!”. Era il 26 ottobre 1884 quando la speranza di conquistare la vita eterna per Victorine, divenne la realtà, perché chiudeva gli occhi a questo mondo per aprirli nell’eternità con queste ultime meravigliose parole che disse prima di esalare l’ultimo respiro della sua vita: “Mio Dio vi amo con tutto il cuore, intendo e prometto di amarvi per tutta l’eternità. Mio Dio, non siate giudice ma salvatore”.

Fede e speranza. Due meditazioni di padre Rungiultima modifica: 2013-04-25T23:09:52+00:00da pace2005
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